La vita e la mort nell’ideale monastico
Estratto del Bollettino dell’AIM • 2020 - N° 118
Riepilogo
Editoriale
Morte e vita nella Regola di san Benedetto
Dom Jean-Pierre Longeat, OSB
Presidente dell’AIM
Lectio divina
(Non tradotto in italiano, vedi in francese, inglese o germano)
Dom Humberto Rincón Fernández, OSB
Meditazione
(Non tradotto in italiano, vedi in francese, inglese o germano)
Testimonianze
• Il cimitero del monastero benedettino di Thiên Binh
Nathalie Raymond
• Il cimitero dei sette monaci di Tibhirine
Monique Hébrard
• Koningsakker, il cimitero naturale di una comunità monastica
Madre Pascale Fourmentin, OCSO
• L'azienda di bare New Melleray
Dom J.-P. Longeat, OSB
(Non tradotto in italiano, vedi in francese, inglese o germano)
Apertura sul mondo
Le lezioni di vita di Paul di fronte alla malttia e alla morte
Prof. Roger Gil, neurologo
Liturgia
Liturgia dei morti: tradizioni del Vietnam e riti monastici
Suor Marie-Pierre Như Ý, OSB
Meditazione
Rinunciare al sonno della morte
Fr. Irénée Jonnart, OSB
(Non tradotto in italiano, vedi in francese, inglese o germano)
Una pagina di storia
Anglicani e benedettini
Padre Nicolas Stebbing, OSB anglicano
(Non tradotto in italiano, vedi in francese, inglese o germano)
Lavoro e vita monastica
La preghiera delle mani
Fr. Bernard Guékam, OSB
(Non tradotto in italiano, vedi in francese, inglese o germano)
Monaci e monache, testimoni per il nostro tempo
• Dom Ambrose Southey
Dom Armand Veilleux, OCSO
• Madre Anna Maria Cànopi
Suor Maria Maddalena Magni, OSB
• Madre Teresita D’Silva
Madre Nirmala Narikunnel, OSB
(Non tradotto in italiano, vedi in francese, inglese o germano)
Notizie
• Giovare a tutti. A proposito della Carta Caritatis
Dom M.-G. Lepori, OCist
• Conferenza sulla Carta della Carità
Éric Delaissé
(Non tradotto in italiano, vedi in francese, inglese o germano)
• EMLA
Padre Enrique Contreras, OSB
(Non tradotto in italiano, vedi in francese, inglese o germano)
• Viaggio in Argentina
Dom J.-P. Longeat, OSB
Editoriale
Questo numero del Bollettino dell’AIM tratta del tema della vita e della morte nell’ideale monastico. Ciò fa riferimento al mistero pasquale di Cristo in generale e a tutte le consuetudini che lo rendono presente nel quotidiano.
Dom Jean-Pierre Longeat, OSB
Presidente dell'AIM
Articoli
La vita e la mort nell’ideale monastico
1
Dom Jean-Pierre Longeat, OSB
Presidente dell'AIM
Morte e vita nella Regola di san Benedetto
Nel libro del Deuteronomio, Mosè parla al popolo di Dio e lo fa in maniera assai decisa proprio nel momento in cui è in procinto di morire senza avere nemmeno visto la Terra Promessa: «Io ti ho posto davanti la vita e la morte… scegli dunque la vita» (Dt 30,19). La vita monastica ha preso sul serio questo pressante invito. Fin dall’inizio del testo della Regola, san Benedetto riprendere l’appello del Signore:
«E di nuovo il Signore, cercando tra la moltitudine cui lancia questo appello il suo operaio, dice: “C’è un uomo che vuole la vita, che desidera vedere giorni felici?”. Se tu al sentire questo rispondi: “Io”, Dio ti dice: “Se vuoi avere la vita, vera ed eterna, trattieni la tua lingua dal male e le tue labbra non preferiscano menzogna”» (Pr 14-16).
Così pure alla fine del Prologo:
«E così senza allontanarci mai dal suo insegnamento, e vivendo nel monastero saldi nella sua dottrina fino alla morte, parteciperemo, mediante la pazienza, alla passione di Cristo, per arrivare ad avere parte con lui nel suo Regno» (Pr 50).
Nel capitolo quarto sugli strumenti delle buone opere, san Benedetto insiste sulla dimensione della morte e della vita nell’esistenza del monaco: «Avere ogni giorno presente davanti agli occhi l’imminenza della morte» (RB 4,47). Questo modo di parlare non è certo tenero, ma è semplicemente la maniera per sottolineare che la vita su questa terra, per quanto sia così importante, è comunque un momento di passaggio tanto che bloccarsi su di esso non dà certo la chiave per comprendere il mistero della nostra esistenza. Si tratta di una questione di orientamento del desiderio che anela verso la vera vita come pure di necessaria vigilanza sulle parole e gli atti quotidiani.
Concretamente tutto questo si traduce attraverso un’attenzione che si invera in un ascolto obbediente, affinché l’amore possa circolare liberamente tra noi. Così, nel suo capitolo sull’umiltà, san Benedetto precisa che: «Il terzo gradino dell’umiltà consiste nel sottomettersi per amore di Dio a chi è superiore, obbedendogli sempre, a imitazione del Signore di cui l’Apostolo dice: “Fatto obbediente fino alla morte”» (RB 7,34). Ancora una volta siamo messi di fronte al mistero pasquale. Il quarto grado dell’umiltà completa il precedente evidenziando quanto si esiga in termini di pazienza e di perseveranza. La sfida si presenta in questi termini: «Senza cedere o indietreggiare», fino in fondo, fino alla fine per poter gustare così la vita vera.
Tutto ciò viene vissuto nel quadro della vita liturgica in cui l’alternanza regolare tra il giorno e la notte riattualizzano nella nostra vita il mistero pasquale di Cristo: al tramonto quando si celebrano i Vespri è il momento della morte in croce, nella notte oscura delle Vigilie attraverso il combattimento che si vive al cuore stesso della salmodia, all’alba con le Lodi in cui si rinnova l’aurora della risurrezione; così pure, seguendo il corso del sole e i momenti della passione del Figlio dell’uomo, nelle altre Ore della giornata.
Ritroviamo questa stessa preoccupazione quando si tratta dei malati. I fratelli malati ricordano a tutti la fragilità dell’esistenza e il fatto che tutti siamo in cammino verso l’ultimo passaggio. San Benedetto ricorda che si riconoscerà in loro il Cristo, sofferente e morente, che continua a essere, al tempo stesso, testimone della vita che si trova in Dio.
Allo stesso modo, san Benedetto richiede una particolare attenzione verso i bambini, gli ospiti, i pellegrini, i poveri; anche in costoro bisogna riconoscere il Cristo bisognoso e alle prese con la fragilità dell’esistenza.
Per indicare questo rapporto con il Cristo nel suo mistero pasquale, la Regola prevede in varie circostanze il rito della lavanda dei piedi. Questo avviene nel momento dell’accoglienza degli ospiti, ma anche, ogni settimana, quando i monaci cominciano il loro servizio in refettorio e in cucina, anche se questo rito non è praticato attualmente. Proprio questa dimensione del servizio diventa segno della partecipazione alla morte e alla risurrezione di Cristo. Il rito della lavanda dei piedi trova il suo senso più pieno in legame con la cena eucaristica così come Gesù la inaugura alla vigilia della sua passione.
Lo stesso monaco rinuncia a ogni possesso personale. Nel giorno della sua professione dà in dono tutto quello che possiede; soprattutto fa dono di se stesso in quanto «da quel giorno non è più padrone nemmeno del proprio corpo» (RB 53,25). È questa la ragione per cui, in alcuni momenti storici, la liturgia della professione simboleggiava la morte spirituale del candidato mediante una prostrazione durante la quale veniva ricoperto da un velo nero. Oppure, il professo continuava a tenere coperta la testa dal cappuccio per tre e perfino otto giorni prima di scoprire di nuovo il capo e mostrarsi così come testimone della risurrezione secondo il modello della liturgia battesimale. Viene anche da ricordare quella sorta di “incoraggiamento” che in passato i monaci trappisti si rivolgevano reciprocamente quando si incrociavano in monastero: «Fratello, ricordati che bisogna morire»; oppure il caso di quei monaci che, ogni giorno, scavavano un po’ di più la loro tomba per rammentarsi delle cose che passano. Certamente questi usi non sono più d’attualità poiché il polo centrale della vita e della risurrezione ha ritrovato il suo giusto posto. In ogni modo la vita monastica deve vigilare sull’equilibrio tra le due dimensioni del mistero pasquale che restano sempre inseparabili.
Alla fine della sua Regola, san Benedetto riassume la vita dei monaci in questi termini:
«Assolutamente nulla antepongano a Cristo: egli ci guidi tutti insieme alla vita eterna!» (RB 72,11-12).
Morte e vita non si possono comprendere adeguatamente nella vita monastica se non alla luce del mistero pasquale di Cristo.

Eucaristia e servizio, una missione di accoglienza nei nostri monasteri
2
Lectio divina
Humberto Rincón Fernández, osb
Abate del Monastero dell'Epifania, Guatapé (Colombia)
Eucaristia e servizio, una missione di accoglienza nei nostri monasteri
Jn 13, 1-15
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La morte di Sant'Antonio
3
Meditazione
“ Considerò gli angeli che venivano da lui come amici”
La morte di Sant’Antonio
Sant Athanase
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Il cimitero del monastero benedettino di Thiên Binh
4
Testimonianze
Nathalie Raymond
Il cimitero del monastero benedettino di Thiên Binh, aperto alla vita
Originale rispetto alla tradizione benedettina, senza che sia stato premeditato, il cimitero del monastero Thiên Binh ha progressivamente assunto, nel corso degli anni, la configurazione attuale, in risposta a bisogni concreti. Aperto ad altre congregazioni religiose maschili e femminili e anche ai laici cattolici, la sua funzione spirituale è stata al centro di una riflessione comunitaria.
Un monachesimo missionario…
Il monastero è stato fondato nel 1970 dal padre Thadée venuto da Thiên An, monastero a sua volta fondato dalla Pierre-qui-Vire alla fine degli anni trenta. Sin dalle origini era molto presente l’idea di un monachesimo missionario significativo, soprattutto in un contesto politico difficile, e di guerra. Si trattava allora di rispondere ai bisogni delle popolazioni sfollate a causa del conflitto e al tempo stesso di garantire, attraverso una scuola tecnica, una formazione a giovani di estrazione sociale modesta.
Oggi, la situazione economica e politica è molto differente, ma esistono comunque popolazioni svantaggiate e sradicate, migranti dalle campagne, venute a cercare una vita migliore nella megalopoli di Saigon. Il monastero cerca ancora di rispondere ai loro bisogni, non più nel settore dell’educazione, ma in quello, oggi più urgente, della salute. Il monastero ha un dispensario dove la gente povera viene curata secondo la medicina tradizionale e dove è distribuita gratuitamente l’acqua potabile, la cui sorgente, per grazia di Dio, non si è mai prosciugata in questi anni.
La preoccupazione per la salute fisica va ovviamente di pari passo con la cura di quella spirituale. I monaci benedettini accolgono e accompagnano coloro che ne hanno bisogno, pregano per loro e celebrano Messe secondo le loro intenzioni; sono anche pieni di gratitudine verso i propri benefattori, i quali consento loro di mantenere queste attività.
Senza che la vita benedettina ne risenta, il monastero fa quindi integralmente parte degli scambi dinamici con l’esterno, fatti di donazioni multiple e reciproche generatrici di vita. Ma i defunti non ne sono esclusi.
... che include anche i defunti
A causa della relativa giovinezza del monastero, pochi sono finora i monaci deceduti: solo tre, compreso il fondatore, padre Thadée, deceduto il 31 gennaio 1995. Tuttavia, il verificarsi di fatti concreti ha presto imposto a padre Thadée la questione della funzione spirituale del cimitero: i primi a essere stati sepolti nel cimitero sono stati infatti i membri di una famiglia povera vittima dell’esplosione di una bomba alla fine degli anni ’70. Questa situazione non poteva lasciare insensibile padre Thadée sempre attento a provvedere alle necessità dei più indifesi. Successivamente anche delle suore di una congregazione vietnamita (le Amanti della Croce) hanno chiesto l’autorizzazione di seppellire le loro consorelle defunte in questo posto, e quindi, a seguire, parecchie altre congregazioni di religiosi e religiose hanno fatto lo stesso. Anche l’accoglienza dei laici cattolici defunti è continuata.
C’è una prima ragione molto pratica di queste richieste venute dall’esterno ed è la mancanza di posto nella metropoli di Hô-Chi-Minh-ville. La pressione fondiaria è talmente forte che è impossibile ingrandire o mantenere dei cimiteri, inoltre, questo non rientra assolutamente nelle priorità del governo comunista. La cremazione, molto diffusa nel paese e unica soluzione di fronte a questa mancanza di spazio, resta, per alcuni cattolici, difficile da immaginare. Da qui la ricerca di cimiteri.
La gioia di poter riposare in pace vicino a un luogo di preghiera è pure una motivazione ben comprensibile per dei ferventi cattolici, religiosi o meno. Questo dà al cimitero di Thiên Binh una fisionomia del tutto originale nel mondo benedettino (tanto più che il cimitero è situato all’esterno della clausura): un cimitero inter-congregazioni, sia maschili che femminili, aperto anche ai laici. Anche questi fatti hanno costretto la comunità a chiarire la funzione spirituale del cimitero. Codesta riflessione, condotta per più anni, alla luce dello Spirito Santo, ha rivelato che tale situazione particolare è, in realtà, una sorta di prolungamento dei molteplici scambi che il monastero intrattiene con l’esterno. Un prolungamento, inoltre, iscritto sia nella comunione dei santi celebrata dalla Chiesa sia nella memoria degli antenati cari al cuore dei vietnamiti. In effetti è molto importante per i vivi, nella cultura vietnamita, rendersi conto di tutto quello che si deve a coloro che ci hanno preceduto e rendere loro onore.
La eterogeneità degli “occupanti” il cimitero riflette pure la diversità della Chiesa ed è bello immaginare che lo scambio tra i monaci e l’esterno inizi tra i vivi e continui oltre la morte. È bello vedere una prosecuzione dell’attività missionaria così cara al cuore del suo fondatore e dei suoi successori. Inoltre, chi sa quanto il monastero debba a questi antenati ormai entrati nella luce di Dio? In cambio di un pezzo di terra, quante grazie saranno state ottenute dall’intercessione di questi santi per il proseguimento delle attività realizzate dai viventi per i vivi?

La celebrazione del ciclo vita-morte-vita
Per rendere grazie a questa comunione tra viventi e defunti, una Messa è celebrata nel cimitero al mattino presto di ogni 2 novembre, quando la Chiesa commemora i suoi fedeli defunti. In questa occasione le famiglie religiose e biologiche delle persone sepolte nel cimitero si uniscono alla comunità dei monaci per rendere omaggio ai loro antenati nella preghiera e nella celebrazione dell’Eucaristia. Il fumo dell’incenso accompagna queste preghiere e i bastoncini continuano a consumarsi dopo la celebrazione su ciascuna delle tombe. È un momento molto importante di comunione e di raccoglimento che rende palpabile il mistero della vita e della morte inscritte in un medesimo ciclo.
Questo ciclo vita-morte-vita si materializza anche in un’altro modo in questo cimitero. Il visitatore esterno sarà in effetti sorpreso dal veder crescere in esso numerose piante: fiori o piante decorative sopra le tombe in vasi di terra, come pure arbusti, piccole palme e anche, in una parte del cimitero, piante di curcuma, le cui radici sono poi utilizzate dai monaci per confezionare dei farmaci. Questa vegetazione fa anche del cimitero un luogo di rifugio per numerosi uccelli. Si tratta di uno spazio nel quale si fa presente il continuare della vita che è più forte della morte, affermazione che è il cuore della nostra fede.
Questo cimitero, nel corso delle vicende (nelle quali si può vedere la mano di Dio), si è imposto come una sorta di prolungamento dell’attività missionaria e d’accoglienza del monastero, cuore della vocazione monastica benedettina. Connotandosi in modo del tutto speciale e aperto al tempo stesso sia alla Chiesa che al ciclo vita-morte-vita, è parimenti divenuto un luogo che riflette la comunione dei santi. Rendiamo grazie a Dio per tutti i frutti che questo luogo particolare suscita nei cuori.
Il cimitero dei sette monaci di Tibhirine
5
Testimonianze
Monique Hébrard, Giornalista
Il cimitero dei sette monaci di Tibhirine
La figura dei sette monaci trappisti svanisce nella penombra della notte tra il 26 e il 27 marzo 1996. Questa ultima immagine del magnifico film di Xavier Beauvois ci lasciava nell’incertezza: erano ostaggi in un luogo sconosciuto? Erano stati assassinati? Se sì dove erano i loro corpi? Si sa quanto sia difficile vivere il lutto quando i corpi delle vittime di un incidente aereo o di un crimine non siano stati ritrovati.
La penombra dell’incertezza non è stata eliminata se non il 30 maggio quando - in una visione terrificante - sono stati ritrovati i loro corpi… o meglio, nient’altro che sette teste decapitate.
I resti dei sette monaci riposano attualmente nel cimitero di Notre-Dame de l’Atlas, là dove sono vissuti. Migliaia di persone da tutti i paesi vengono qui in raccoglimento. Cristiani, ma anche un numero crescente di giovani musulmani alla ricerca di senso.
Ero intimamente abitata da questo luogo senza esservi mai stata, così ho colto al volo la possibilità di andarci in occasione della beatificazione, l’8 dicembre 2018, dei diciannove martiri di quegli “anni bui” della guerra civile algerina che ha prodotto migliaia di morti.
Dal monastero si varca la soglia e si scende in mezzo agli alberi, passando davanti alle fonti che alimentano continuamente l’attività agricola. Si arriva poi a una radura fiorita di lavanda e di rose, impeccabilmente curata da Youssef e Samir che continuano a lavorare alla fattoria. Sette lapidi con sette nomi, secondo l’ordine di arrivo in monastero. Il primo è fratel Luc, il medico che ha ben incarnato la fratellanza universale, prendendosi cura di tutti coloro che si presentavano al monastero: la gente del villaggio, ma anche i feriti della GIA.
I giardinieri sono con noi. Il loro sguardo su questa terra di fresca rastrellatura, della quale si prendono cura, dice il loro amore fedele e pieno di rispetto per questo luogo. Un bagno di silenzio. Un susseguirsi di emozioni, ma anche di pace profonda e di mistero. Tibhirine significa giardino. Giardino del paradiso, coltivato con amore, in mezzo agli alberi da frutto. Giardino degli ulivi, luogo di sofferenza e morte. Spesso come preghiera i gruppi leggono il testamento di Christian de Chergé. E si rimane penetrati da questo messaggio di fraternità e di comunione: annuncia che la Vita e l’Amore sono più forti dell’odio devastatore.
Quando si risale sulla spianata è difficile uscire dal silenzio di questo viaggio spirituale.
Quando siamo stati a Tibhirine era l’Avvento. Nella cappella, allestita nella cantina della vecchia tenuta viticola, il presepe era già pronto e sette statuine aspettavano la venuta del Salvatore.
Koningsakker, il cimitero naturale di una comunità monastica
6
Testimonianze
Madre Pascale Fourmentin, OCSO
Abbadessa di Koningsoord, Arnhem (Paesi Bassi)
La natura, tra cielo e terra
Koningsakker, il cimitero naturale
di una comunità monastica
«Koningsakker» è il nome del cimitero naturale o ecologico legato all’abbazia cistercense di Koningsoord nei Paesi Bassi. Come si può notare, il nome del cimitero e quello dell’abbazia cominciano entrambi con il nome Koning, ossia “re”, in olandese. Non è tanto importante il nome in sé, ma il fatto che sia lo stesso per entrambi, cosa che esprime il vincolo esistente tra il cimitero e l’abbazia.

Ma che cos’è un cimitero naturale? Perché un’abbazia cistercense si è lanciata nell’impresa di un simile cimitero? È legittimo che vengano in mente tali domande quando si sente parlare di questo tipo di progetto. Il presente articolo ha lo scopo di cercare di dare alcuni elementi di risposta, da una parte chiarendo il concetto di cimitero naturale e dall’altra ripercorrendo lo sviluppo del progetto. Questa iniziativa, inedita in Europa, ha suscitato molte riflessioni comunitarie rispetto alla posta in gioco dal punto di vista monastico, culturale ed ecclesiale di un tale progetto.
La natura, ultima dimora sulla terra
Forse lo abbiamo dimenticato, ma la natura è senza dubbio il luogo più normale in cui l’uomo è sempre stato sepolto. Certo, il bisogno di riti, di luoghi, di simboli ha presto suscitato lo sviluppo di luoghi specifici in cui l’uomo, con la sua religione e la sua cultura, si è espresso in modi differenti. La situazione attuale dei cimiteri cittadini “sovraffollati”, a carattere religioso o laico, la chiusura di molte chiese parrocchiali, la necessità per i parenti dei defunti di rinnovare delle concessioni di durata determinata, i trasferimenti di famiglie all’estero o in altre regioni del paese, e certamente anche l’aumento del numero delle cremazioni hanno avviato processi di riflessione sul modo di seppellire i nostri morti. La comparsa del cimitero naturale si colloca in linea con queste riflessioni. I cimiteri naturali sono apparsi dapprima in Inghilterra e molto presto sono stati esportati nei Paesi Bassi. Questo movimento ha assunto una notevole ampiezza negli ultimi dieci anni.
Il principio di questo tipo di cimitero è molto semplice. Si tratta di seppellire il defunto nella natura, di rendere il corpo alla natura. Non ci sono segni distintivi, né lapidi, né croci, né recinzioni. Il principio è che la natura si prenderà cura della tomba. La natura che è vivente continuerà a svilupparsi. Si vede già qui lo stretto legame tra la vita e la morte, almeno sul piano naturale. Per approfondire il legame tra vita e morte, questo concetto di cimitero ha anche lo scopo di partecipare allo sviluppo e alla preservazione della natura. Di fatto, alcuni cimiteri - compreso Koningsakker - hanno anche l’obiettivo concreto di “creare” della natura. Koningsakker ha trasformato diciassette ettari di campi di granoturco in riserva naturale, in armonia con l’ambiente. Questa riserva naturale partecipa allo sviluppo della fauna e della flora nella nostra regione. Nei Paesi Bassi la preoccupazione ecologica è molto sentita e la gestione del territorio è fortemente incentrata sulla preservazione della natura.
Concretamente, una persona che desiderasse essere sepolta nel nostro cimitero sceglie un posto. Questo posto viene registrato in un sistema GPS. È dunque sempre possibile ritrovare la tomba, anche in mezzo a un campo di erica. La persona acquista il diritto di essere sepolta in quel posto e questo diritto è a tempo indeterminato. Essa resterà là per sempre e non succederà più niente alla sua tomba. Quando tutte le tombe saranno state vendute, non rimarrà che una riserva naturale. Dopo la sepoltura, i parenti possono scegliere di mettere un tondino di legno con sopra inciso il nome del defunto. Questo tondino, come pure tutto ciò che viene sepolto con il defunto, è biodegradabile.
Oltre all’aspetto ecologico, anche l’aspetto umano svolge un ruolo importante nel progetto. L’accompagnamento delle persone è essenziale lungo tutto il percorso. Oltre a una costante presenza all’accoglienza nel cimitero, ogni passo, dalla scelta del posto alla sepoltura fino alle visite dei parenti del defunto negli anni successivi alla sepoltura, è accompagnato con cura da personale competente e specializzato. Personale che è là proprio per ascoltare, accompagnare, consigliare. Prendersi cura della natura e delle persone è la preoccupazione costante in questo tipo di progetto.
La nascita di un cimitero

In che modo siamo giunte a questo progetto? È il frutto di un lento cammino comunitario. Due elementi indipendenti si sono incrociati e ci hanno messo su questa strada. Il primo è la preoccupazione di assicurare una zona di silenzio nella natura attorno alla nostra abbazia. La comunità si è trasferita qui dieci anni fa a causa dell’espansione della città in cui si trovava in precedenza l’abbazia. Non volevamo rischiare di rivivere quello stesso tipo di scenario, ma la cosa non era così scontata in un paese con una forte densità di abitanti. I campi di granoturco vicini alla nostra abbazia costituivano un rischio per la nostra solitudine. Quando si è presentata la possibilità di acquistare quel terreno, vi abbiamo riconosciuto un appello.
Al contempo, la nostra economia monastica conosceva uno squilibrio strutturale che richiedeva una soluzione. Sono stati questi gli ingredienti di base del progetto. Di primo acchito, l’idea di realizzare un cimitero ci sembrava assurda. D’altronde non sapevamo neppure bene di che cosa si trattasse. Ci siamo poi informate, abbiamo visitato altri posti in cui era stato realizzato questo progetto e abbiamo parlato insieme di questa possibilità. Dopo le prime reazioni di rigetto al pensiero di abitare accanto a un cimitero, sono emersi altri argomenti: la Laudato si’, l’ecologia, un nuovo rapporto con la morte e con il modo di seppellire, la condivisione della nostra proprietà, l’«avere sempre la morte davanti agli occhi» come dice la Regola di san Benedetto al capitolo IV, la testimonianza della nostra fede nella vita e nella resurrezione, e infine, per noi che siamo cistercensi, un rapporto attuale con la terra e con la sua gestione. Abbiamo dovuto anche riflettere sulla nostra identità cattolica, in mezzo ad una regione protestante. Il cimitero non è un cimitero cattolico poiché - così come per la foresteria - abbiamo voluto essere aperte a tutti. Mostriamo però chiaramente la nostra identità cristiana e cattolica. Le persone che desiderano essere sepolte da noi devono rispettarla, così come i nostri ospiti devono rispettare i nostri modi di fare in foresteria. Malgrado il mondo estremamente secolarizzato in cui viviamo, le persone sono sensibili alla testimonianza che diamo attraverso questo progetto. Per essi, come per le loro famiglie, è anche un modo di venire a contatto con l’abbazia.
Koningsakker ha aperto le porte, per così dire, il 1° settembre 2019. Anche in tutto il paese, c’è un reale entusiasmo per questa nuova forma di cimitero e ciò che comporta. Per noi è come una conferma della scelta fatta. Ora, però, dobbiamo accompagnare questo progetto da vicino, stare in ascolto di quanto succede, adattare la formula secondo le richieste e secondo i nostri obiettivi. La comunità ha vissuto un’esperienza costruttiva durante la preparazione di questo progetto che noi viviamo come una testimonianza della nostra fede nella resurrezione al cuore di un’operazione ecologica contemporanea. Lavoriamo in collaborazione con gente del settore. Il cimitero è gestito da laici, ma anche noi assicuriamo una presenza discreta sul posto. Inoltre preghiamo in modo particolare per i defunti sepolti nel nostro cimitero. Paradossalmente, la maturazione di questo progetto, che è stato pesante da portare, ha vivificato la nostra vita comunitaria e ci ha unite attorno a un progetto innovatore, rischioso, ma che già porta frutto.
L'azienda di bare New Melleray
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Testimonianze
Dom Jean-Pierre Longeat, OSB
Presidente dell’AIM
L’azienda di bare New Melleray
Questo articolo non è stato tradotto in italiano. Vedi un'altra lingua (francese, inglese, tedesco...).
Le lezioni di vita di Paul di fronte alla malttia e alla morte
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Apertura sul mondo
Prof. Roger Gil, neurologo
Direttore di uno Spazio di Riflessione Etica (Francia)
Le lezioni di vita di Paul di fronte alla malttia e alla morte
Il New England Journal of Medicine (NEJM) ha la vocazione di pubblicare degli articoli inerenti a ciò che può essere chiamato il versante scientifico della medicina, quello stesso che ha per oggetto le innovazioni sia sul piano diagnostico che su quello preventivo o terapeutico. Ma capita di tanto in tanto che questo giornale si apra alle realtà umane ed etiche della medicina. L’esempio più famoso è senza dubbio l’articolo di Henry Beecher pubblicato nel 1966[1] che provocò una presa di coscienza da parte della medicina occidentale raccogliendo un certo numero di studi scientifici legati a delle ricerche fatte sull’essere umano che non avevano rispettato la dignità della persona umana. Nel 2016, il NEJM gli ha reso un omaggio vibrante[2] dimostrando così che la riflessione etica non è affatto un freno per la ricerca ma la condizione della sua umanizzazione.
Nell’agosto del 2018 il NEJM ha pubblicato un articolo che tratta anche del versante umano della medicina, raccontando una storia clinica intitolata: «Lezioni di vita di Paul di fronte alla morte»[3]. Paul è un rabbino deceduto tre anni dopo la diagnosi di un cancro al colon con varie metastasi diffuse. Aveva 64 anni quando dei dolori addominali portarono alla scoperta di un cancro al colon allo stadio IV già disseminate. Gli fu fatta una colostomia (ano artificiale) e poi seguirono a catena i trattamenti più innovativi, ed egli morì 34 mesi dopo la diagnosi. All’autore dell’articolo, medico e per di più suo fratello, toccò di descrivere le tre lezioni che Paul aveva dato ai suoi durante questo supplemento di vita che gli aveva accordato la medicina.
Sguardo retrospettivo per imparare a vivere rivolti verso l’avvenire
In effetti Paul non aveva mai fatto delle analisi per individuare il cancro al colon. Non aveva espresso rimpianto a riguardo ed era piuttosto in accordo con la filosofia di Kierkegaard secondo la quale la vita doveva essere sì rivolta verso l’avvenire, ma anche compresa a partire dal passato. Così incitò sua moglie e i suoi figli a fare queste analisi: sapeva di non poter cambiare nulla riguardo a ciò che gli capitava, ma sapeva anche che raccontando la sua vicenda poteva permettere ad altri di non subire il suo stesso destino. Egli aiutò così le persone che temevano di fare le indagini sul cancro al colon a comprendere che il disagio delle analisi era fugace, ma che la ricompensa era duratura.
Fa’ il tuo lavoro
Paul, rabbino, apparteneva alla corrente conservatrice del giudaismo, ramo mediano tra i riformatori e gli ortodossi: sosteneva delle idee di apertura e di inclusione, di rispetto della diversità e della fede degli altri. Nonostante la sua malattia, e proprio quando affrontava delle chemioterapie molto pesanti, restò al servizio della sua comunità e assunse la presidenza delle cerimonie religiose. Tre mesi prima della sua morte, officiò il funerale di un membro della sua comunità. Disse prima di morire che sperava che per la sua morte si potesse fare la stessa cosa per lui. E fu ciò che avvenne.
Abbiate uno scopo
A causa della sua malattia il matrimonio di sua figlia era stato rinviato. Ma a quarantottore dalle nozze dovette entrare in ospedale per un’emorragia intestinale. Egli raccolse tutte le sue forze per essere presente qualche ora prima della cerimonia. I suoi vicini l’aiutarono a vestirsi e a raggiungere i suoi con la sedia a rotelle. Si rivolse allora alla sua famiglia, ai suoi amici, e disse loro che quel week-end apparteneva ai giovani sposi. E con i suoi modi disarmanti di agire, utilizzò le parole più appropriate per mettere tutti a loro agio e iniettò del buonumore in una situazione che avrebbe potuto essere vissuta come dolorosa. Quando quella sera stessa i suoi vicini l’aiutarono a mettersi a letto, era chiaro che aveva raggiunto il suo scopo. E nei dieci giorni che seguirono, scrive suo fratello, fu richiamato a Dio.
E l’autore sostiene che suo fratello aveva fatto l’uso migliore di questo tempo di salute che gli era stato concesso dalla scienza medica. Suo fratello, come lui, era riconoscente agli scienziati, ai medici e ai pazienti che avevano affrontato il rischio di fare degli esperimenti clinici grazie ai quali ha potuto beneficiare di nuove cure e ricevere questo supplemento di vita. Più di due anni di vita per una malattia che vent’anni prima l’avrebbe condotto in pochi mesi a una morte dolorosa. Egli impiegò questo tempo per insegnare come vivere, e i suoi vicini più prossimi hanno impiegato questo tempo per imparare a vivere.
I progressi della medicina non possono che raggiungere il loro vero significato se non permettendo alle persone colpite dalla malattia di continuare a dare senso alla loro vita. Poiché è solo in questo modo che una medicina detta “personalizzata”, che è una medicina di alta precisione pur rischiando di essere disincarnata, potrà allearsi con una medicina della persona. Una delle missioni della bioetica è di promuovere quest’alleanza.
[1] H. K. Beecher, « Ethics and Clinical Research », The New England Journal of Medicine 274, no 24 (16 juin 1966) : 1354‑60, https://doi.org/10.1056/NEJM196606162742405.
[2] David S. Jones, Christine Grady, et Susan E. Lederer, « “Ethics and Clinical Research” – The 50th Anniversary of Beecher’s Bombshell », New England Journal of Medicine 374, no 24 (16 juin 2016) : 2393-98, https://doi.org/10.1056/NEJMms1603756.
[3] Jeffrey M. Drazen, « Life Lessons from Paul in the Face of Death », The New England Journal of Medicine 379, no 9 (30 août 2018) : 808‑9, https://doi.org/10.1056/NEJMp1808695.
Liturgia dei morti: tradizioni del Vietnam e riti monastici
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Liturgia
Suor Marie-Pierre Như Ý, OSB
Priorato di Lôc-Nam (Vietnam)
Liturgia dei morti: tradizioni del Vietnam e riti monastici
Dai funerali tradizionali ai funerali cristiani: imparare dalla storia
La corrispondenza tra i riti funerari tradizionali vietnamiti e la tradizione della Chiesa ha una lunga storia. Non si tratta solo del lavoro di alcuni esperti o il frutto di ricerche erudite, ma tocca la vita di tutto il popolo di Dio e riflette il senso autentico della fede in seno alla quale tutto ciò ha potuto maturare. Per capire che cosa c’è in gioco bisogna riprendere i dibattiti che, nella storia della Cina e del Vietnam, hanno affrontato questo tema fino ad arrivare alla decisione di ripristinare il culto degli antenati.
In Cina e in Vietnam: approccio storico
All’epoca della Questione dei riti, nel XVI secolo, ci furono accese controversie tra i missionari dei diversi Ordini religiosi, attorno al tema del culto degli antenati in relazione ai riti funebri e la discussione si fece spinosa[1]. Cosa c’è “di vero e di santo” nel culto degli antenati agli occhi della Chiesa cattolica?
Su questa questione, papa Clemente XI, con un Decreto del 20 novembre 1704, mise fine alla Questione dei riti con la proibizione per i cristiani di fare offerte in onore degli antenati sia nei templi che nelle case private, come pure di conservare le tavolette funerarie. Nella Costituzione Ex Illa del 19 marzo 1715 fu rinnovata questa proibizione e si diede ordine a tutti i missionari di prestare giuramento alle autorità apostoliche della loro missione. In seguito, papa Clemente XII, nella Bolla Ex Quo Singulari dell’11 luglio 1742, confermò le decisioni del suo predecessore.
Per ristabilire l’unità di intenti e di prassi nell’apostolato tra i missionari che esercitavano il loro ministero in Cina e i loro vicini, il Legato, mons. Mezzabarba, con il Mandato di Macao del 4 novembre 1712, autorizzava i cristiani cinesi e vietnamiti a presentare delle offerte e compiere gesti votivi davanti alle tavolette funerarie degli antenati defunti. Il decreto stabilisce che queste offerte e questi gesti si possano compiere nel luogo di culto, davanti al sarcofago o alla tomba del defunto poiché in questo modo si esprimono il rispetto e la pietà[2]. Ma questo Mandato non placò le controversie all’interno della comunità cristiana. Di contro, mons. Saraceni, Vicario apostolico del Chan-si e del Chen-si, proibì nel suo vicariato di avvalersi dei permessi relativi alle tavolette funerarie, mentre mons. de la Purification, vescovo di Pechino, lo permise.

In seguito, sotto i papi Clemente XII (1730-1740) e Benedetto XIV (1740-1758), la questione del culto degli antenati con i riti funebri correlati non sembrò definitivamente regolata.
In questo frangente, per evitare ogni sorta di equivoco, i vietnamiti cattolici generalmente rinunciarono all’installazione degli altari commemorativi e delle tavolette funerarie nelle loro case. In ogni modo rimasero comunque fedeli al devoto ricordo dei morti, prendendo l’abitudine di riunirsi e di far celebrare delle Messe per il riposo delle loro anime.
Verso la fine del XVII secolo[3], i missionari gesuiti sostennero che il culto degli antenati non era nient’altro che un omaggio puramente civile e un’espressione di pietà filiale e di gratitudine nei confronti degli antenati defunti. Questa posizione dei padri gesuiti fu condivisa dagli intellettuali cinesi[4].
Due secoli dopo, la Congregazione di Propaganda Fide, nella sua Istituzione Plane compertum dell’8 dicembre 1939, approvata da Pio XII, considera che
«È lecito e conveniente per i cattolici di inchinare la loro testa come pure di compiere altre manifestazioni di rispetto civile davanti ai morti, o davanti alle loro immagini e tavolette su cui sono iscritti i loro nomi»[5].
Proprio grazie alla decisione di Propaganda Fide, il culto degli antenati legato ai riti funebri è oggi permesso: si tratta di gesti esclusivamente di venerazione nei confronti degli antenati e dei parenti defunti. Questi riti devono essere purificati da ogni traccia di superstizione.
Il culto degli antenati è dunque permesso e questo è chiaro, ma come praticare simili riti senza nessuna superstizione?
Il dibattito sul culto degli antenati. L’opposizione al culto degli antenati
Al momento del suo arrivo in Vietnam, nel 1628, mons. Alexandre de Rhodes si rese subito conto che alcune pratiche funerarie erano superstiziose e ridicole. Ad esempio, l’uso di bruciare scritte votive. Per questo non esitò a condannare simili pratiche come pure condannò il banchetto, il Cung Giô, che i vietnamiti celebravano in memoria dei loro defunti.
Osservando ciò che i vietnamiti facevano e credevano, mons. Alexandre de Rhodes arrivò alla conclusione secondo cui il Cung Giô, si fondava su tre errori: il primo consiste nella credenza che le anime dei defunti ritornino nella casa dei loro figli quando ne hanno voglia oppure quando i figli li chiamano; il secondo è la certezza che i morti si abbuffano delle offerte preparate sull’altare degli antenati; il terzo, il più assurdo, consiste nella credenza che la vita e la prosperità materiale dipendono dai genitori defunti e che questi possono togliere questi privilegi se i figli mancano al dovere di compiere il Cung Giô a motivo dell’ingratitudine nei loro riguardi[6].
Ma secondo la tradizione sino-vietnamita, la virtù fondamentale su cui si fonda il culto degli antenati è la pietà filiale o Hiêu. Di contro Bât Hiêu, che sarebbe la mancanza di pietà filiale, viene considerata come un crimine. Padre Lou Tseng Tsiang[7] ha definito in modo assai perspicace la Hiêu in questi termini:
«La pietà filiale è il fondamento di ogni perfezione morale, la sorgente di ogni fecondità tanto che nessuno degli atti umani può scampare alle sue leggi. Tutte le persone sono tenute in ogni caso di ispirarsi a questa pietà e a praticarla»[8].
La rinnovata valorizzazione del culto degli antenati
Il culto degli antenati ha un carattere religioso? E se ha un carattere religioso, perché mai risulta inaccettabile agli occhi dei missionari? Pur riconoscendo la presenza dei morti in mezzo ai vivi come pure il fondamento affidabile dei riti che si compiono in loro onore, Tran Van Chuong scrive:
«Il culto degli antenati ha per fine quello di rammentare ai vivi il ricordo dei morti; tutto ciò nasce dalla morale che mette in relazione la fedeltà con la memoria»[9].
Hô Dac Diêm si esprime nella stessa direzione:
«Questo culto attinge alla pietà filiale. Un figlio devoto deve sempre coltivare la memoria imperitura dei suoi avi»[10].
In seguito, padre Cadière sottolinea quanto segue:
«Bisogna fare delle distinzioni. Tutti gli atti rituali che riguardano il culto degli antenati non comportano automaticamente un carattere religioso se non come eccezione. Per la stragrande maggioranza dei vietnamiti, gli antenati continuano a far parte della famiglia anche dopo la loro morte»[11].
Alla fine, le lunghe discussioni dei missionari arrivano alla stessa conclusione[12]:
«Le offerte fatte ai morti nei riti funerari devono essere fatte nella pienezza di un amore e di un rispetto solido e perfetto».
«Amare e onorare i propri genitori dopo la morte come in vita».
Nel 1675 l’Istruzione del seminario delle Missioni Estere, nella seconda direttiva, indica:
«Non impegnatevi troppo né cercate in alcun modo di convincere questi popoli di cambiare i loro riti, le loro abitudini e le loro usanze, a meno che siano chiaramente contrarie alla religione e alla morale… Non introducete da loro gli usi dei nostri paesi, ma la fede che non rifiuta né ferisce i riti e le usanze di nessun popolo»[13].
In tal modo, ce ne siamo ampiamente resi conto, la Chiesa chiede di prendere tutto il tempo e di esercitare la prudenza e un buon discernimento.
Bisognerà comunque aspettare il concilio Vaticano II perché la questione del culto degli antenati sia risolto in modo definitivo.
Una proposta di adattamento del rituale dei funerali monastici
alla cultura vietnamita

Per la maggior parte dei vietnamiti, gli antenati continuano a far parte della famiglia. Per molti, il culto degli antenati è, in un certo senso, una religione di adorazione dei propri avi. Ad esempio, nel giorno della commemorazione degli antenati le tombe sono decorate e tutti i membri della famiglia devono radunarsi nella casa paterna per manifestare la loro gratitudine e rafforzare i legami familiari attraverso la condivisione del pasto. Allo scoccare della mezzanotte dell’Anno Nuovo si assiste alla cerimonia più solenne del culto degli antenati, ecc.
Per questo motivo anche i cristiani d’oggi del Vietnam non desiderano assolutamente di comportarsi in modo diverso agli occhi dei loro concittadini. Perché? In passato i cristiani venivano considerati dai loro compatrioti non-cristiani come gente che avesse tagliato con le proprie radici e si nutriva nei loro confronti il sospetto di sottrarsi al dovere di rendere culto agli avi una volta compiuti i riti funerari. Questa sorta di condanna perdura ancora oggi, benché la Chiesa del Vietnam abbia cercato di adattare i riti funebri con la tradizione propria del paese.
Come adattare il rituale monastico alla cultura del Vietnam? Quale adattamento è realmente possibile per armonizzare i riti funebri con le tradizioni vietnamite e, in particolare, con la vita contemplativa in Vietnam?
Ci sembra che prima di adattare, bisogna comprendere alcune cose:
– Il rito delle esequie cristiane, in particolare nella vita monastica, non si accontenta di mettere in scena una simbolica funebre, ma ha anche una funzione di culto. Vale a dire si tratta della celebrazione del disegno salvifico di Dio e della proclamazione della fede nel kerygma: Cristo era morto ed è ora risorto e, con lui, risorgono tutti coloro che credono nel suo nome.
– L’accento viene posto sul fatto che il defunto partecipa per l’ultima volta all’assemblea liturgica e per il quale si prega, come si fa pure per i vivi che hanno bisogno della consolazione della speranza.
– Il corpo è parte integrante della persona. Privo di vita non è ritenuto un semplice oggetto. Continua a essere il corpo di quella persona, un corpo che ha manifestato l’amore, la tenerezza, l’amicizia, che è stato segnato dalla malattia e che fa tutt’uno con la sua storia personale. Si tratta di un corpo le cui ferite sono chiamate alla trasfigurazione nella risurrezione. Il corpo del defunto battezzato è diventato tempio dello Spirito, toccato dai gesti sacramentali della Chiesa e nutrito dell’Eucaristia. Il modo con cui il corpo viene onorato durante i funerali manifesta la sua immensa dignità e la sua vocazione all’eternità[14].
Bisogna anche dire che il rituale è l’espressione di una teologia. Prima di tutto, questa teologia rimanda al legame che esiste tra la Pasqua di Cristo e quella del defunto. Questa partecipazione al mistero pasquale di Cristo si radica in modo significativo nel battesimo attraverso cui siamo incorporati a Cristo. Il carattere pasquale della morte è anche sottolineato dal fatto che essa è vissuta come un vero transitus verso la vita eterna intesa come comunione dei santi per l’anima già purificata e che aspetta in corpore (nel suo stesso corpo) la risurrezione dei morti.
Inoltre, la teologia contenuta nel rituale rammenta che la Chiesa non smette di credere che la comunione di tutti i membri di Cristo «ottiene per gli uni il soccorso spirituale offrendo agli altri la consolazione della speranza».
Infine, il rituale sottolinea l’importanza di onorare il corpo dei defunti, perché sono stati tempio dello Spirito Santo.
In tal modo, la proposta che possiamo avanzare è quella di evitare il pericolo di conservare nelle espressioni della pietà popolare verso i defunti alcuni elementi inaccettabili del culto pagano degli antenati, come ad esempio l’invocazione dei morti in forma divinatoria. Va inoltre detto che, in quanto cristiani, siamo chiamati a familiarizzarci con il pensiero della morte e accettare questa realtà nella pace e nella serenità[15] poiché il Cristo è morto ed è risorto.
Ma questa proposta di adattamento comporta indubbiamente tutta una serie di difficoltà a partire da tradizioni profondamente radicate in Vietnam.

[1] I gesti come inchini, prostrazioni e offerte vengono praticati indifferentemente nel culto degli antenati e nelle liturgie funebri. Ma hanno lo stesso significato?
[2] Cf. la tesi di A. Duong Quynh, «Un aperçu historique de la controverse en Chine» circa l’adattamento dei riti funebri cristiani in vista dell’inculturazione in Vietnam, ISL, Parigi 2001, pp. 96-106.
[3] Cf. L. Wieger, Histoire des Croyances religieuses en Chine, 1ère leçon; L. Cadiere, Croyances et pratiques religieuses des Vietnamiens, pp. 266-273; F. Houang, Âme chinoise et Christianisme, cap. 1; Tran Van Hien Minh, La conception confucéenne de l’homme, Saïgon 1962, p. 57.
[4] Lo studio della filosofia della Cina e dei libri antichi cui si ispirano i riti funerari premette di comprendere come i sacrifici offerti agli antenati non sono altro che un segno di omaggio riconoscente e di profondo rispetto che esclude ogni implicazione religiosa.
[5] Cf. Sacra Congregazione di Propaganda Fide, «Instructio circa quasdam caeremonias et juramentum super Ritibus Sinensibus», in AAS, 32, 1940, pp. 24-26, traduzione francese in DC, 41, 1940, col. 183-185.
[6] Cf. Alexandrande de Rhodes, Histoire du royaume du Tonkin, Paris 1999, pp. 70-77.
[7] Dom Pierre Célestin Lou Tseng Tsiang, monaco dell’abbazia di Saint-André-les-Bruges, fu l’81° abate titolare dell’abbazia di Saint-Pierre-le-Grand in Ghent.
[8] Dom P.C. Lou Tseng Tsiang, La rencontre des humanités et la découverte de l’Évangile, p. 51.
[9] Tran Van Chuong, Essai sur l’esprit du droit sino-vietnamien, p. 17.
[10] Hô Dac Diêm, La puissance paternelle dans le droit vietnamien, Paris 1928, p. 30.
[11] Cadiere, Croyances et pratiques religieuses, cit., p. 41.
[12] Citato nella raccolta di petizioni presentate da parte dei padri Gesuiti alla Sacra Congregazione per rispondere alle «questioni della Cina e suoi vicini» (archivi delle Missioni Estere).
[13] G. Goyau, Les prêtres des Missions Étrangères, Éditions Ouvrières, Paris 1956, p. 24.
[14] P. Jounel, La célébration des Sacrements, Desclée, Paris 1983, p. 905.
[15] Al momento della morte i vietnamiti hanno l’abitudine di piangere con forti grida e il rito funebre è talvolta ambiguo circa la presenza o l’assenza della persona defunta.
Rinunciare al sonno della morte
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Meditazione
Fr. Irénée Jonnart, Abbazia di Chevetogne (Belgio)
Rinunciare al sonno della morte
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Anglicani e benedettini
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Una pagina di storia
Padre Nicolas Stebbing, anglicano osb
Comunità della Resurrezione (Zimbabwe)
Anglicani e benedettini
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La preghiera delle mani
12
Lavoro e vita monastica
Fratel Bernard Guékam, osb
Abbazia di Keur Moussa (Senegal)
La preghiera delle mani
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Dom Ambrose Southey
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Monaci e monache, testimoni per il nostro tempo
Dom Armand Veilleux, ocso
Abbazia di Scourmont (Belgio)
Dom Ambrose Southey
(1923-2013)

Kevin southey nasce a Whitley Bay, nella diocesi di Hexham e Newcastle, il 22 gennaio 1923. Qualche mese prima di compiere diciott’anni, il 25 settembre 1940, entra all’abbazia di Mount Saint Bernard, nel Leicestershire. L’abbazia, la cui chiusura era stata prevista dall’Ordine qualche decennio prima, conosceva allora un rinnovamento di vita davvero eccezionale sotto l’abbaziato di dom Malachy Brasil, giunto da Roscrea nel 1933.
Il giovane novizio ricevette il nome di Ambrose al momento della sua vestizione. Emise la professione solenne nel 1945 e fu ordinato prete nel 1948. Qualche anno più tardi fu inviato a Roma per farvi studi di diritto canonico (1951-1953). Ritornato a Mount Saint Bernard, fu nominato vice priore e, l’anno seguente, priore. Quando nel 1959 dom Malachy, molto provato dalla malattia, si dimise dopo più di venticinque anni di abbaziato, fu eletto abate dom Ambrose. Qualche anno dopo, nel 1963, la comunità di Mount Saint Bernard, sempre rigogliosa, poteva fare una fondazione a Bamenda, nel Camerun, e il suo giovane abate andava gradualmente assumendo importanti responsabilità all’interno dell’Ordine. Nel 1964 venne eletto Abate vicario e nel 1974 Abate generale. Tutta la sua vita era ormai strettamente legata a quella dell’Ordine, in un periodo particolarmente importante della sua evoluzione. È pressoché impossibile narrare di una senza narrare dell’altro.
Quando dom Ambrose Southey rassegnò le sue dimissioni da Abate generale dell’Ordine Cistercense della Stretta Osservanza durante il Capitolo generale del 1990, la Santa Sede giungeva ad approvare le nuove Costituzioni. Quest’approvazione era il coronamento di un lungo processo d’aggiornamento iniziato con il Concilio Vaticano II. L’umiltà e la discrezione di dom Ambrose furono tali che pochi seppero il ruolo che egli aveva giocato in questo processo fin dai suoi inizi. Vale la pena raccontarlo.
Al Capitolo generale del gennaio 1964, durante il quale venne eletto dom Ignace Gillet quale Abate generale, dom Ambrose venne scelto come Abate vicario. Secondo le nostre antiche Costituzioni, questo ruolo era più importante di quanto lo sia ora. L’Abate vicario era il promotore del Capitolo generale. Dom Ambrose si fece notare in questa funzione di promotore per le sue capacità d’ascolto e di rispetto sia di ogni singola persona che del processo collegiale.
Il Capitolo generale del 1964 fu molto breve perché era il Capitolo elettivo di un nuovo Abate generale, essendo dom Gabriel Sortais morto l’autunno precedente, all’inizio della seconda sessione del Concilio Vaticano II. L’ordine del giorno comprendeva pure qualche altro punto considerato urgente. Vi era in particolare la questione dei fratelli conversi, lungamente studiata durante il mandato di dom Gabriel. L’abate di Westmalle, dom Edouard Wellens, domandò che non si ritardasse un nuovo Capitolo generale «vista l’urgenza e l’importanza di questioni che preoccupano molti dei migliori giovani delle nostre comunità» (Resoconto, p. 11). Spaesato davanti a questa situazione e non volendo decidere autonomamente, dom Ignace decise di creare una commissione speciale per studiare la questione. Dom Ambrose venne incaricato di presiederla.
Fin dall’esordio della riunione, dom Ambrose ne precisò gli obiettivi: «Si tratterà di studiare la natura, le origini e le difficoltà sperimentate dai giovani religiosi in alcuni paesi a fronte delle forme esteriori della nostra vita, e di proporre al Reverendissimo Padre delle conclusioni o dei “voti” che potranno eventualmente essere sottoposti al Capitolo generale» (Rapporto, p. 1 – Archivi della Casa generalizia). Dom Ambrose guidò con maestria questa riunione che, nel rapporto che essa fece all’Abate generale, proponeva di riunirsi nuovamente per continuare la preparazione del Capitolo generale.
La seconda riunione, che ebbe luogo a Monte Cistello nel dicembre 1964, fu, come la prima, presieduta da dom Ambrose. Mai un Capitolo generale era stato preparato così bene, al punto che il Capitolo del 1965 decise che una simile commissione, chiamata “Commissione preparatoria” avrebbe preparato il Capitolo successivo. Questa commissione doveva diventare un importante organo dell’Ordine.
Dom Ambrose fece la sua prima esperienza come Promotore al Capitolo generale del 1965, che si svolse prima della conclusione del Vaticano II. Era nel corso dei successivi tre Capitoli generali che si sarebbe andata rivelando la saggezza e il tatto del nuovo Promotore.
Il Capitolo generale del 1967 si tenne a Citeaux dal 20 maggio al 5 giugno. Il 6 agosto dell’anno precedente Paolo VI aveva promulgato il Motu Proprio Ecclesiae Sanctae fornendo un certo numero di norme per l’applicazione di Perfectae caritatis. Questo documento prevedeva di tenere durante questo periodo di rinnovamento un Capitolo generale speciale, che poteva d’altronde tenersi in più sessioni successive in un periodo che poteva essere di più anni. Si forniva anche a questo Capitolo generale il potere di approvare ad experimentum un certo numero di cambiamenti alle Costituzioni. Il Capitolo generale del 1967 permise quindi alle comunità un certo numero di esperienze, in particolare nell’ambito liturgico.
L’Abate generale, dom Ignace Gillet, era sinceramente convinto che alcune di queste decisioni, in particolare l’uso della lingua vernacolare nella liturgia e la possibilità di modificare la struttura dell’Ufficio divino, costituissero una disobbedienza alle decisioni del Concilio. Alcuni suoi interventi presso la Congregazione dei religiosi crearono un malessere nell’Ordine, al punto che all’apertura del Capitolo del 1969, un importante numero di capitolari erano dell’avviso che l’Abate generale dovesse rassegnare le sue dimissioni. È durante un incontro personale di dom Ambrose con dom Ignace che si giunse al compromesso che permetteva al Capitolo generale di continuare il proprio lavoro con serenità. Questo Capitolo, nel corso del quale si votò pressoché all’unanimità la Dichiarazione sulla vita cistercense e lo Statuto sull’unità e il pluralismo, e dove si decise di demandare alla Santa Sede una Legge quadro che permettesse un rinnovamento della liturgia rispettando l’esperienza di ogni comunità, fu una svolta nell’evoluzione del nostro Ordine nell’epoca moderna. Si diede anche inizio al processo di rinnovamento delle nostre Costituzioni, che dovevano restare in cantiere fino al 1990.
Quando dom Ignace rassegnò le sue dimissioni al Capitolo del 1974, conformemente all’intenzione espressa a dom Ambrose nel loro “incontro al vertice” nel corso del Capitolo del 1969, quest’ultimo fu eletto Abate generale al primo scrutinio, con una grande maggioranza di voti.
Quando dom Ambrose fu eletto, annunciò con il fair play che lo contrassegnava, che per rispetto alla maggioranza dei capitolari che avevano votato a favore di un mandato a tempo determinato, si sarebbe sottomesso nuovamente al voto dei capitolari al Capitolo successivo a quello appena terminato.
Nel corso del generalato di dom Ambrose e sotto la sua guida pacifica e rilassante, l’Ordine affrontò un certo numero di questioni fondamentali, la cui soluzione permise di terminare la redazione delle nostre Costituzioni. Vi fu innanzi tutto il lungo dibattito sulla “collegialità”, che fu l’oggetto di difficili discussioni tra le regioni dell’Ordine che attestavano soprattutto differenti sensibilità culturali più che divergenze inerenti l’essenziale della vita cistercense. Più gravido di conseguenze fu il dibattito riguardante le relazioni tra i due rami dell’Ordine, quello femminile e quello maschile. Questi scambi portarono alla visione di un unico Ordine composto da monaci e monache, sotto l’autorità di due Capitoli generali interdipendenti. Un’ulteriore evoluzione condurrà all’accettazione da parte dell’Ordine e di Roma di un unico Capitolo.
Dom Ambrose dovette presiedere, durante questo periodo, tre Capitoli generali di grande importanza nella storia moderna dell’Ordine. Innanzi tutto quello di Holyoke, negli Stati Uniti, nel 1984, in cui i monaci misero a punto le loro nuove Costituzioni, quindi vi fu quello di El Escorial, l’anno successivo, in cui le monache fecero lo stesso per le loro Costituzioni. Infine si tenne la prima RGM (Riunione Generale Mista) a Roma nel 1987 dove monaci e monache stabilirono il testo definitivo delle loro Costituzioni che, dopo un esame da parte della Congregazione dei religiosi e successive discussioni, fu promulgato da parte di Roma a Pentecoste del 1990.
Fedele a quanto aveva promesso, dom Ambrose dopo sei anni offrì le sue dimissioni o almeno di sottomettersi a un voto del Capitolo. Ne fu dissuaso, in quanto l’opinione quasi unanime nell’Ordine era che dovesse rimanere al timone dell’Ordine fino alla conclusione del lungo lavoro sulle nuove Costituzioni. Presentò allora le sue dimissioni al Capitolo generale del settembre 1990. Per tutti, e in particolare per coloro che avevano vissuto con lui diversi Capitoli generali, fu una gioia godere della sua presenza in qualità di invitato d’onore a ogni Capitolo generale successivo fino a quello del 2011.
L’Abate generale nell’Ordine Cistercense della Stretta Osservanza può esercitare una grande autorità morale in quanto ha un modesto potere giuridico. Al Capitolo generale del 1951, dopo le dimissioni di dom Dominique Nogues, dom Gabriel Sortais, in quanto Abate vicario, fece una lunga allocuzione spiegando ciò che ci si attendeva dall’Abate generale. Era una specie di “programma”, che d’altronde mise in atto nel corso del suo generalato di dodici anni. Vedeva se stesso come il fratello maggiore degli altri abati che lo aiutavano a non fuorviarsi nelle difficili circostanze. Esultava dei “poteri” molto limitati dell’Abate generale, vedendo la propria autorità nella linea della fiducia, dell’affetto e della persuasione (cf. Resoconto delle Sessioni, 1951, pp. 36-39).
È in questo spirito che dom Ambrose esercitò il suo servizio per sedici anni. Avendo una formazione da canonista, sapeva che il Capitolo generale è un collegio e che un collegio è di sua natura una persona morale in cui le decisioni vengono prese a parità di diritti. Nessuno esercita autorità sul Capitolo, ma al suo interno vi è un Presidente che ha la responsabilità di convocare il Capitolo, di stabilirne l’agenda e di verificare che tutti possano esercitarvi i loro diritti. Dom Ambrose, mediante interventi poco frequenti, sapeva esercitare un’autorità morale molto forte quando erano in gioco valori fondamentali dell’Ordine e dovevano essere prese decisioni importanti.
Dom Gabriel Sortais aveva abituato l’Ordine a una lunga lettera circolare dell’Abate generale all’inizio di ogni anno. Dom Ambrose, esattamente come il suo predecessore, dom Ignace, mantenne questa tradizione ma con uno stile proprio, molto apprezzato. Se le lettere circolari di dom Gabriel sembravano dei lunghi trattati di vita spirituale, quelle di dom Ambrose erano piuttosto nello spirito dei Padri del monachesimo, una condivisione di esperienze su questioni molto concrete.
Essendo sempre rimasto se stesso e non essendosi minimamente identificato nella sua funzione, dom Ambrose è ritornato del tutto naturalmente sub regula vel abbate al momento delle sue dimissioni. Poco tempo dopo queste, si aprì l’opportunità di un importante posto alla Congregazione dei religiosi in Vaticano. Alla persona incaricata di chiedergli se accettasse un tale incarico, rispose senza esitare: «Ne parlerò al mio abate». Il giorno seguente, dopo averne discusso con il suo abate, rispose che aveva lasciato il suo incarico di Abate generale non perché fosse affaticato ma semplicemente perché pensava che era giunto il tempo per lui, dopo tanti anni di spostamenti, di ritornare alla vita monastica ordinaria e non sarebbe stato logico e coerente da parte sua accettare un posto che lo avrebbe fatto uscire nuovamente dal monastero. Questo non gli impedì di rimanere disponibile a servire l’Ordine nelle situazioni più umili.
Da giovane abate di Mount Saint Bernard, dom Ambrose aveva avuto tra i suoi monaci il beato Cyprian Tansi. Era pertanto normale che si recasse a Onitsha, in Nigeria, per la beatificazione di quest’ultimo da parte di Giovanni Paolo II il 22 marzo 1998. Non capita tutti i giorni che si possa assistere alla beatificazione di qualcuno di cui si è stati abati! E ciononostante, durante tutte queste occasioni, dom Ambrose, Abate generale emerito, si mescolava in tutta modestia agli altri monaci e monache venuti per la circostanza, senza mai tentare di attirare su di sé l’attenzione.
La fondazione monastica in vista della quale Michael Cyprian Tansi era giunto a Mount Saint Bernard non si poté fare in Nigeria ma si realizzò in Camerun, nel 1964, durante l’abbaziato di dom Ambrose. Quando, poco dopo le sue dimissioni da Abate generale, la comunità di Bamenda ebbe bisogno di un superiore ad nutum, egli accetto ben volentieri di offrire questo servizio. Fece lo stesso, qualche anno più tardi, a Scourmont, in Belgio. Avendo inizialmente accettato questo servizio a Scourmont per un anno, acconsentì anche per un secondo anno, ma si fece un obbligo di trovare qualcuno più giovane che potesse assumere il servizio per almeno qualche anno. Questo non gli impedì di rimanere a Scourmont ancora qualche anno come maestro dei novizi. Successivamente, nel medesimo spirito di servizio esercitò per diversi anni il ministero di cappellano al monastero di Vitorchiano, in Italia, prima di ritornare alla sua abbazia di Mount Saint Bernard per vivere in pace gli ultimi anni della sua vita.
Si è spento pacificamente, poco dopo aver partecipato alla concelebrazione comunitaria, la mattina del 24 agosto 2013. Aveva 90 anni, di cui 71 di professione monastica e 64 di sacerdozio. È stato quindici anni abate della sua comunità e sedici Abate generale.
Una lunga vita al servizio di Dio e dell’Ordine in un grande spirito di semplicità e modestia.

Madre Anna Maria Cànopi
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Monaci e monache, testimoni per il nostro tempo
Suor Maria Maddalena Magni, osb
monaca benedettina dell'isola di San Giulio (Italia)
Madre Anna Maria Cànopi
Permanenza dell'amore

L'Isola di San Giulio è un cumulo roccioso che emerge dalle acque di uno dei laghi più suggestivi del Nord Italia, ai piedi delle Alpi. Al suo centro si trova un'antica basilica costruita in onore dell'evangelizzatore di questa terra: il sacerdote greco Giulio, morto - secondo la tradizione - tra la fine del IV e l'inizio del V secolo, dopo aver costruito la sua centesima chiesa.

La storia ha lasciato la sua maestosa impronta su questo luogo nel corso dei secoli, senza mai riuscire a cancellare la grazia e l'incanto prodotti dalla sua solitaria bellezza. Le attraenti e setose acque del lago hanno conservato una sorta di recinto naturale che non mancò di sedurre un gruppo di monache chiamate dal vescovo dell'epoca a farsi custodi del patrimonio di fede del santo evangelizzatore, cercando al contempo - in tempi difficili e tormentati - un luogo adatto a una vita di preghiera. Così, l'11 ottobre 1973, ebbe inizio la storia dell'abbazia benedettina “Mater Ecclesiae”.
Il 21 marzo 2019, giorno del transitus di San Benedetto, le sorelle, che hanno circondato con tutto il loro affetto il letto di Madre Anna Maria Cànopi, le hanno dato l'ultimo saluto. Per quarantacinque anni è stata la madre saggia e guida della comunità. Nel corso degli anni, era diventata una personalità amata e riconosciuta da migliaia di persone di ogni provenienza e ceto sociale. Questo è stato evidente nei giorni precedenti al suo funerale, quando persone di ogni estrazione sociale si sono riunite con grande emozione davanti alla sua bara per l'ultimo saluto...
Madre Anna Maria nasce il 24 aprile 1931 in un paese vicino a Pavia, in una grande famiglia di contadini in cui prevaleva l'autentico amore cristiano, un amore semplice ma capace di realizzarsi attraverso relazioni affettive profonde. I fratelli e le sorelle, vedendo la sua carnagione delicata, si accorgono presto che non ha la loro stessa corporatura e decidono, in accordo con i genitori, di mandarla a scuola. Le difficoltà familiari - non dimentichiamo che erano gli anni crudeli della guerra - non la risparmiarono e la fecero soffrire. Inoltre, durante gli studi, dovette sopportare la lontananza dal tenero bozzolo della sua famiglia, che le fece sperimentare molto presto la solitudine della città, aprendola ancora di più a un profondo attaccamento a Colui che solo può riempire il cuore umano... Oltre agli studi universitari, divenne anche assistente sociale, impegnandosi generosamente al servizio dei meno abbienti. Scrive: “Sentivo un'immensa compassione per tutti quei poveri, e poiché mi rendevo conto che avevano soprattutto bisogno di salvezza, mi sentivo sempre più spinta non tanto a fare qualcosa di materiale per loro, quanto a offrire me stessa, interamente, nella preghiera, unendomi al sacrificio redentore di Gesù, che solo può rinnovare l'interno dei cuori”. (Una vita da amare, Interlinea, Novara 2012, p. 27).
Avendo capito che per donare Gesù agli uomini avrebbe dovuto dedicarsi interamente a lui, nel silenzio e nella preghiera costante, iniziò a maturare la sua vocazione monastica dall'interno, e così il 9 luglio 1960 entrò nell'Abbazia di San Pietro e Paolo, a Viboldone, vicino a Milano. Tra i sacrifici e le rinunce che le costarono di più ci fu l'interruzione di una promettente carriera letteraria iniziale. Alcune sue poesie avevano già attirato l'attenzione della critica. Ben presto, però, il Signore le restituì gran parte di ciò che aveva lasciato per Lui. Da subito ha lavorato alla revisione letteraria della nuova traduzione della Bibbia italiana, fino a scrivere la Via Crucis al Colosseo nel 1993, su richiesta di San Giovanni Paolo II - prima donna a essere chiamata a una simile iniziativa. Madre Cànopi, con il suo stile semplice e chiaro e la sua ispirazione poetica, ha raggiunto un livello di fama che non avrebbe mai immaginato. Ha lasciato un'opera consistente, che comprende un centinaio di libri tradotti in diverse lingue. Questi libri erano il frutto della sua lectio divina sulla Parola di Dio, o dell'insegnamento monastico, come “Mansuétude, voie de paix”, che ebbe un successo inaspettato anche tra i lettori laici. Questa grande attività letteraria era ovviamente il frutto di tutte le sue ore di preghiera, dei ritiri dati alle sorelle durante i diversi periodi della sua vita monastica, e soprattutto di un immenso desiderio di aiutare tutti ad avvicinarsi alla Parola di Dio.
Se il contesto ambientale all'inizio dell'avventura faceva pensare a una sorta di vita semi-eremitica, in realtà il seme di vita monastica caduto tra le pietre è sbocciato abbondantemente, ed è fiorito oltre ogni speranza. La povertà che vivevamo era gioiosa e ci dava ogni speranza dal Signore. La preghiera nel coro era la nostra attività principale, insieme al lavoro manuale e all'ospitalità. Infatti, fin dall'inizio, molte persone volevano condividere la liturgia, ascoltare la Parola e imparare dall'amorevole guida spirituale di Madre Anna Maria. Ben presto arrivarono nuove suore e dovemmo risolvere la spinosa questione della ristrutturazione di edifici ormai troppo fatiscenti. La crescita non si fermò lì, e fummo letteralmente obbligate ad accettare la proposta di fondare un priorato a Saint-Oyen, nel cuore delle Alpi, e poi un altro a Fossano, in Piemonte. Ben presto fummo in grado di inviare altre sorelle a sostegno di altri monasteri che avevano bisogno di aiuto. Oggi la nostra comunità è composta da una settantina di monache, tra cui anche sorelle di origine straniera, provenienti sia da altri Paesi europei sia da altri continenti: Nord America, Sud America e Africa. Ciò che ci accomuna è il desiderio di vivere il Vangelo all'interno della fraternità monastica, per raggiungere il cuore di ogni fratello attraverso la preghiera.
Nella certezza che, secondo l'insegnamento del nostro Padre San Benedetto, il monastero deve essere una “casa di Dio”, abbiamo accolto tra noi anche monache che si trovavano a Roma per i loro studi e che quindi non potevano tornare nel loro Paese d'origine durante le vacanze. Questo ci ha aperto il cuore alla ricchezza del monachesimo vissuto in culture diverse. Addirittura, una monaca buddista è diventata particolarmente amica di nostra Madre. Questo atteggiamento di grande apertura verso chi stava con noi o ci scriveva, ad esempio i missionari, ci ha sempre aiutato a sentirci “a casa” in tutti i Paesi del mondo, certi che con la preghiera potevamo essere presenti ovunque, dove altri aiuti umani sarebbero stati impossibili. Quando Madre Teresa di Calcutta visitò la nostra diocesi di Novara l'11 ottobre 1980, Madre Anna Maria fu incaricata di scriverle una lettera a nome di tutte le suore contemplative di clausura. In questo testo, dal tono già profetico nei confronti di Madre Teresa, la Madre scriveva: “La tensione che abita in te, il desiderio ardente di universalità che ti fa superare ogni frontiera, mi tiene tutta immobile sotto la Croce per raggiungere l'unica fonte che vince l'odio e riesce a riunire ciò che è diviso”.
Con il suo sguardo teso alla realtà di ogni persona e il suo desiderio di ridare speranza a ogni essere umano, ci ha fatto toccare con mano il cuore della nostra società, così malata di egoismo, di angoscia e di angosciante e dolorosa solitudine. Madre Anna Maria ha condiviso con noi, con grande sensibilità, il peso della sofferenza e del dolore che tante persone venivano a depositare quotidianamente nel suo cuore materno, ricevendo in cambio il conforto di un ascolto pieno di amore. Gli stessi detenuti non erano esclusi: secondo le sue stesse parole, ogni mattina faceva loro una visita spirituale, prima di immergersi nella preghiera del coro, spinta da un intenso desiderio di accogliere tutte le persone nel suo cuore e presentarle al Signore. Per molti anni è stata in corrispondenza epistolare con alcuni prigionieri.
L'incessante ricerca dell'amore umile di Madre Cànopi la sostenne, ora dopo ora, giorno dopo giorno, in questa testimonianza d'amore di fedeltà alla vita monastica. Madre Anna Maria naturalmente amava profondamente la vita, come il bene più prezioso, e questo le dava un dono speciale di intercessione con le coppie che desideravano figli. Non si sentì mai una “persona eccezionale”, non assunse mai l'atteggiamento di una “grande padrona”, ma il suo comportamento fu una testimonianza eloquente. Una volontà indomita l'ha sostenuta fino agli ultimi giorni della sua esistenza terrena. Era sempre pronta ad offrire una parola a chiunque le chiedesse un consiglio e a ringraziare tutti coloro che, nel corso degli anni, avevano sostenuto la crescita della comunità. Dotata per natura di eccezionali doti di intelligenza e sensibilità, purificate dal costante contatto con il Signore e la sua Parola, si avvicinava a ogni persona con la massima naturalezza, sapendo semplificare i problemi che le venivano posti, condividendo la sua immensa compassione, un'incredibile capacità di soffrire con chi soffre, di gioire con chi gioisce... Soprattutto, era una donna di pace, dimentica di se stessa, capace di perdonare, o meglio, incapace di sentirsi offesa. Il suo motto, Humiliter amanter, esprime ciò che ha vissuto. Ha anche lasciato alla comunità una direttiva espressa dall'invocazione Funda nos in pace: stabiliscici in quella Pace che è Cristo stesso, nostro unico amore e nostro unico desiderio.
Mentre le sue forze fisiche diminuivano nel tempo, sembrava che, al contrario, fosse aumentata la sua capacità di accogliere e offrire con dolcezza ogni abnegazione che sperimentava, fino a diventare lei stessa interamente orante. Teneva sempre il Rosario tra le dita e non mancava mai di seguire la liturgia con la massima attenzione dal suo letto di malattia.
Ha anche gestito la sua successione con umiltà e saggezza, partecipando alla nomina della badessa che, dopo di lei, avrebbe dovuto assumere questo delicatissimo compito. Tutto questo ci ha permesso di vivere una profonda continuità nella nostra storia e ci obbliga ad andare avanti senza sterili rimpianti per il passato.Madre Anna Maria è stata e rimane un dono immenso che il Signore ha fatto alla sua Chiesa, e in particolare al mondo monastico. Rassicurate dalla promessa che ci ha fatto di essere sempre con noi, siamo desiderose di ringraziarla continuando a vivere tutto ciò che ci ha trasmesso, con tutto il suo essere. Solo così potremo essere e rimanere sue figlie spirituali nel modo più degno possibile.
Madre Anna Maria è stata e rimane un dono immenso che il Signore ha fatto alla sua Chiesa, e in particolare al mondo monastico. Rassicurate dalla promessa che ci ha fatto di essere sempre con noi, siamo desiderose di ringraziarla continuando a vivere tutto ciò che ci ha trasmesso, con tutto il suo essere. Solo così potremo essere e rimanere sue figlie spirituali nel modo più degno possibile.
Madre Teresita D’Silva
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Monaci e monache, testimoni per il nostro tempo
Madre Nirmala Narikunnel, osb
Badessa di Shanti Nilayam (India)
Madre Teresita D’Silva
Fondatrice ed ex abbadessa di Shanti Nilayam (India)
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A proposito della Carta Caritatis
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Notizie
Dom Mauro-Giuseppe Lepori,
Abate generale dell'Ordine cistercense
Giovare a tutti
A proposito della Carta Caritatis[1]
Poco prima della solennità del Natale, il 23 dicembre, ricorrerà l’esatto 900° anniversario dell’approvazione della Carta Caritatis. Durante questo anno abbiamo molto meditato e studiato questo antico documento che è in realtà l’atto di nascita del nostro Ordine. Con stupore, e un po’ di contrizione, ci siamo accorti di quanto esso sia necessario alla coscienza e alla vitalità della nostra identità, del nostro carisma cistercense innestato sul carisma fondamentale di san Benedetto.
[...] A nulla serve celebrare e studiare, organizzare simposi, se poi non si vive, se gli impulsi che lo Spirito Santo mette nei testi fondatori non ci stimolano a vivere con più intensità la nostra vocazione oggi, nella situazione presente dell’Ordine, della Chiesa e del mondo.
Desiderare il bene di tutti
[...] Forse dobbiamo concentrare la nostra attenzione proprio sulla dimensione cattolica, nel senso letterale di “universale”, con cui i nostri primi padri hanno concepito la fedeltà alla loro vocazione monastica.
Tutto mi sembra riassunto in una frase del primo capitolo: «Prodesse enim illis omnibusque sanctae Ecclesiae filii cupientes – Desiderosi di giovare a loro [cioè agli abati e ai confratelli monaci] e a tutti i figli della santa Chiesa». La Carta continua spiegando gli ambiti e le modalità con cui si desidera rendere esplicito ed efficace questo desiderio di bene per l’Ordine e tutta la Chiesa, ma penso che dobbiamo anzitutto fare nostro questo desiderio di bene e la sua portata universale, perché questo è come il soffio che può dare e ridare senso e vitalità a tutto quello che la nostra vocazione ci dona e ci chiede di vivere. [...].
Il centro che unifica e irradia
La Chiesa è nata dal costato aperto di Cristo, come Eva dal costato aperto di Adamo. I Padri della Chiesa hanno molto meditato su questo mistero. E i primi cistercensi sembrano aver tratto la Carta Caritatis proprio dalla contemplazione di questo mistero che unisce la carità, la Chiesa e la salvezza del mondo. L’insistenza di questo documento sulla carità e sulla salvezza delle anime si concentra così nel desiderio ardente (cupientes) di giovare (prodesse) a tutti i figli della santa Chiesa. Questa è la definizione della carità di Cristo espressa nell’ora pasquale in cui offre se stesso per la salvezza del mondo, generando dalla Croce la Chiesa, sposa del Salvatore e madre dei salvati. [...].
Essere coscienti che la nostra vocazione e missione di cristiani e di monaci e monache irradia sempre e solo da questo mistero ci aiuta a non disperderci, a non disperdere nulla della nostra vita, dei nostri pensieri, delle nostre parole e azioni, dei nostri sforzi. Se c’è spesso tanta fatica nei monasteri a gestire il tempo e le attività, a vivere in armonia e misericordia i rapporti umani, a gestire particolarmente le fragilità in cui ci sembra di sprofondare, questo viene soprattutto da una mancanza di attenzione al mistero centrale della nostra e universale salvezza. Se invece il centro è chiaro e lo preferiamo, allora tutto quello che siamo e viviamo lo può irradiare.
Prodesse
La parola che dobbiamo allora sottolineare nella Carta Caritatis, là dove parla del desiderio ardente di servire tutti i figli della Chiesa – e figli della Chiesa di per sé sono tutti gli esseri umani, perché la Chiesa è chiamata a essere Madre che trasmette la vita di Cristo a tutta l’umanità –, la parola che definisce la fecondità della nostra vita e vocazione è allora il verbo latino prodesse, che letteralmente significa “essere per”, quindi giovare, servire, essere utile, essere un bene per gli altri.
Il desiderio ardente di giovare a tutti è il desiderio che Dio ha donato specialmente alla creatura umana, fatta a sua immagine di Padre e Creatore, e benedetta per essere feconda nel generare: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e Dio disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi...”» (Gen 1,27-28).
Non siamo veramente umani se non desideriamo trasmettere la vita, se non desideriamo giovare agli altri più che a noi stessi. In Cristo ci è donato di essere pienamente umani, pienamente fecondi attraverso la maternità universale della Chiesa, sia attraverso il matrimonio che nella verginità. Questa fecondità è sempre possibile, perché è una fecondità di grazia, operata dallo stesso Spirito Santo che, realizzando l’impossibile, ha fecondato il grembo di Maria Vergine per dare alla luce il Figlio di Dio nella nostra umanità.
Come il chicco di grano
Nella situazione attuale del mondo e della Chiesa, e delle nostre comunità, molti dubitano che una fecondità della nostra vita e vocazione sia ancora possibile. Come è possibile essere fecondi dimi-nuendo e a volte persino morendo?
La Chiesa viene costantemente a ricordarci che quello che non è possibile alle nostre forze e capacità è sempre possibile alla fede e all’amore che gettano con speranza la situazione in cui ci troviamo come un seme nella terra. Ciò che rende feconda anche la morte è l’amore con cui gettiamo la nostra vita nel dono sponsale di Cristo alla Chiesa affinché possa generare figli di Dio nel mondo intero.
Ma questo non è solo il segreto della fecondità della morte: è anzitutto il segreto della fecondità della vita. Chi crede di essere fecondo senza morire a se stesso, rimane sterile, anche se agli occhi del mondo tutto sembra assicurare il suo successo. [...]. Cîteaux, al momento dell’approvazione della Carta Caritatis, aveva generato dodici monasteri. Erano dunque in tredici, come Gesù con i dodici apostoli. Sapevano di essere ancora piccoli e fragili, ma sentivano una forza che li faceva crescere, che li proiettava in avanti. Erano soprattutto coscienti, alla luce del Vangelo, che il loro successo non era legato al potere o al numero, ma tutto contenuto nel desiderio di dare la vita per il Regno di Dio. Memori del monito di san Benedetto all’abate, che deve preoccuparsi più di giovare che di dominare – «prodesse magis quam praeesse» (RB 64,8) –, il loro desiderio non era di vincere, di conquistare spazi di potere, ma di giovare, alla Chiesa e nella Chiesa, sacrificando se stessi, perdendo la loro vita al servizio di Cristo, per la vita del mondo. La vita del mondo è che tutti gli uomini diventino figli di Dio. [...].
La calligrafia del nostro carisma
Prodesse. Dobbiamo riappropriarci di questa piccola parola che sola può rendere bella, lieta, e utile la nostra vita, le nostre comunità, in qualunque stato si trovino, e anche tutta la Chiesa, con tutti i suoi tesori di grazia ma anche le sue fragilità umane.
[...] Ci farebbe bene confrontare con questa parola la vita e l’esperienza delle nostre comunità e delle nostre persone, nella situazione in cui si trovano oggi, nel tempo di transizione che sta vivendo la Chiesa e la società tutta, magari in mezzo al dramma di una crisi politica e sociale come quella che vivono, per fare solo un esempio, le nostre sorelle della Bolivia. Ci farebbe bene confrontare quello che viviamo con la freschezza sempre nuova del desiderio dei nostri padri di giovare alla Chiesa universale e al mondo intero.
Prodesse omnibus, giovare a tutti: come giudica questo desiderio e questa vocazione il modo spesso istintivo a magari autoreferenziale con cui giudichiamo i nostri problemi, le nostre crisi, e con cui ne cerchiamo la soluzione? Siamo veramente animati da questo desiderio di bene per tutti, oppure pensiamo che la soluzione sarà quello che giova solo a noi? Abbiamo la fede che anche la povertà, la debolezza e persino la morte, vissute in Cristo, possono giovare al mondo intero? [...].
Per giovare veramente a tutti abbiamo bisogno di una grande carità che solo Dio può comunicarci e che quindi dobbiamo mendicare assieme, con umiltà e fede. Quanto è bello, quanto è necessario e urgente che tutte le nostre comunità, con tutti i monaci e le monache che le compongono, assieme a tutte le persone unite al nostro carisma, possiamo ritornare a formulare con la nostra vita questa parola, trasmessa dai nostri padri, prodesse, «come lo sposo che esce dalla stanza nuziale» (Sal 18,6), cioè come Gesù che nasce dalla Vergine per giovare a tutti gli uomini con il dono della sua presenza, del suo amore, della sua salvezza!
[1] Estratto dal messaggio augurale di dom Mauro-Giuseppe Lepori alle comunità cistercensi per l’anno 2020.
Carta caritatis (conferenza)
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Notizie
Éric Delaissé,
Responsabile del CERCCIS, Cîteaux
Conferenza internazionale
Collège des Bernardins, Parigi, 16 e 17 ottobre 2019
La Carta della Carità (1119-2019) :
un documento per preservare
l'unità tra le comunità
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2° incontro EMLA
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Notizie
Padre Enrique Contreras, osb
Presidente della Congregazione del Cono Sud e dell'EMLA
2° incontro EMLA
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Viaggio in Argentina (1)
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Notizie
Dom Jean-Pierre Longeat, osb
Presidente dell'AIM
Viaggio in Argentina
ottobre 2019
Lunedì 23 settembre
Il mio viaggio ha come destinazione l’Argentina per partecipare all’incontro della EMLA, si tratta di una riunione dei superiori e superiore della famiglia benedettina di tutta l’America Latina.
L’Argentina conta una quindicina di monasteri appartenenti alla famiglia benedettina: tre sono nati come fondazioni dell’Abbazia di Santa Escolástica di Buenos Aires (Córdoba, San Luis, Rafaela); dalla comunità di Córdoba è stata fondata quella di Paraná; tra i monasteri maschili c’è quello di Luján e quello di Los Toldos come pure il monastero di Niño Dios che ha fondato, a sua volta, un’altra comunità in Argentina: El Siambón. Nella stessa zona si trovano due monasteri trappisti - uno di monaci (Azul) e uno di monache (Hinojo) -, vi sono pure due comunità di Tutzing a Buenos Aires e Los Toldos, così pure una comunità di benedettine a Santiago del Estero. Quella di questi monasteri è una storia molto ricca che è cominciata alla fine del 19° secolo. Durante questo viaggio ho avuto l’opportunità di visitare sette di queste comunità.
All’aeroporto di Buenos Aires, due sorelle del monastero di Santa Escolástica erano là per accogliermi e così ci mettiamo in viaggio verso il loro monastero che si trova a un’ora di macchina.
Dopo essermi sistemato in foresteria, ho chiesto di poter celebrare la Messa prima del pranzo. Ho celebrato nella cripta e, con mia grande sorpresa, un certo numero di sorelle erano presenti per partecipare a questa celebrazione improvvisata. Naturalmente celebro in francese, ma la bibliotecaria è riuscita a rimediare dei libri perché le suore presenti potessero non solo seguire ma persino rispondere in lingua francese.
Nel pomeriggio, faccio una passeggiata fino a raggiungere l’Oceano che dista solo 15 minuti dal monastero. Al mio ritorno è previsto un incontro con la comunità. Ci ritroviamo in un locale molto ampio in cerchio. Dopo aver riascoltato il Vangelo del giorno, cominciamo liberamente uno scambio su ogni sorta di questioni che toccano la nostra vita. L’ambiente è caloroso e già dice il tono proprio di questo soggiorno argentino.

Martedì 24 settembre
Sono in piedi dalle 4,00 del mattino. Le Vigilie sono alle 5,15, le Lodi alle 7,30 e la Messa alle 8,30. La mattinata passa visitando il monastero.
Rannicchiata nella periferia di Buenos Aires, non lontano dalla riva del fiume de la Plata, questa comunità di monache benedettine desidera essere un faro per gli abitanti della città attraverso una vita di preghiera e di contemplazione, e attraverso il suo lavoro.
Le cronache raccontano che, per lunghi anni, p. Andrés Azcá-rate, monaco del monastero di Silos (Spagna) e priore-fondatore dell’abbazia di San Benito a Buenos Aires, aveva desiderato fondare in Argentina un monastero di monache… Tante giovani argentine, attratte dalla vita benedettina incoraggiarono p. Andrés in questo suo tentativo. Il Padre priore conoscendo bene le abbazie spagnole e il fervore della loro osservanza, mandò allora le prime candidate a Estella (Navarra) per abbracciare la vita monastica ed esservi formate. Ma la guerra civile in Spagna impedì la realizzazione di questi progetti. Nel 1937, il Padre priore si rivolse all’abbazia di Santa Maria di San Paolo, in Brasile, di cui era abbadessa e fondatrice Madre Gertrudis Cecilia da Silva Prado, al fine riprendere la formazione delle candidate. Quest’abbazia di Santa Maria faceva parte della congregazione benedettina brasiliana, ma le sue prime monache erano state formate nell’abbazia di Notre-Dame de la Consolation, a Stanbrook, in Inghilterra, che aveva cominciato la fondazione nel 1911. L’abbazia di Santa Maria aveva adottato, al pari di Stanbrook, le consuetudini della vita benedettina stabilite da dom Guéranger per le monache di Sainte-Cécile di Solesmes.
A Santa Maria, il 15 ottobre 1938, il Padre priore chiese alla Madre abbadessa e alla comunità l’ammissione alla vita monastica della prime giovani argentine in vista della fondazione di Santa Escolástica. La Madre abbadessa acconsentì a questa richiesta e aprì generosamente le porte della sua abbazia alle sette candidate.
L’8 dicembre dello stesso anno, solennità dell’Immacolata Concezione, fu posta la prima pietra dell’edificio. Proprio mentre il mondo si dibatteva in terribili guerre, è nato in Argentina un nuovo monastero benedettino, in conformità al motto «PAX». La chiesa abbaziale sarà posta sotto la protezione della Regina della pace.
Il 17 settembre 1940, la professione della prima novizia ebbe luogo a Santa Maria, seguita, il 21 novembre, da quella delle altre sei sorelle argentine. Nel frattempo, andava aumentando il numero delle giovani argentine presenti nel noviziato di Santa Maria e tutte erano molto ferventi.
Attualmente la comunità è composta da una trentina di monache. Il loro lavoro consiste in un laboratorio di paramenti, un altro di oggetti d’arte sacra, un laboratorio di rilegatura, una tipografia di partecipazioni e di cartoline, una cioccolateria e una foresteria.
La liturgia è in parte in spagnolo e in parte in canto gregoriano.
Gli edifici del monastero sono spaziosi; il terreno si estende su tre ettari in mezzo alle abitazioni della città di Victoria.
Nel pomeriggio, la Madre abbadessa incarica due monache per accompagnarmi sulla riva del fiume Lujàn nella città di Tigre. Passeggiamo un po’ lungo il fiume e discutiamo molto sulla situazione del paese e della Chiesa. La secolarizzazione è galoppante, i fondamenti della fede sono messi in discussione, mentre continua a essere molto viva la devozione popolare. In ogni modo, la questione della trasmissione della fede in Argentina, come dappertutto nel mondo, sta attraversando una fase particolarmente difficile. Naturalmente tutto questo ha le sue ripercussioni sull’avvenire della vita religiosa. La comunità di Santa Escolàstica, che è molto vivace e dinamica, da ormai otto anni, non registra nessun ingresso in noviziato.
Mercoledì 25 settembre

In mattinata, ci rechiamo a visitare l’antica abbazia di San Benito in centro a Buenos Aires. Come ho già ricordato questa fondazione è stata opera dell’abbazia di Silos, nel 1914. La comunità ha vissuto in questo luogo fino al 1973, quando i monaci si sono trasferiti a Luján.
Veniamo accolti da padre Pedro, monaco di Lujàn, che assicura una presenza continua in questo luogo che serve attualmente come appoggio per i monaci del suo monastero. La comunità di Luján continua ad essere proprietaria degli ambienti e cerca di affittarli: dagli anni settanta si sono succeduti vari organismi.
Ciò che impressiona subito è la sproporzione di questa costruzione che, all’inizio, fu pensata come un grande progetto. In effetti, il padre Andrés, priore e fondatore, ha fatto costruire, per blocchi diversi, un’abbazia che potesse ospitare un centinaio di monaci. Ma la fondazione non è mai veramente riuscita. Nel momento di più grande gloria, a vivere in questo luogo ci sono stati non più di una cinquantina di monaci che venivano però tutti dalla Spagna, essenzialmente reclutati tra i piccoli oblati di Silos. La visita degli edifici, senza affittuari da qualche mese, parla da sola. Del resto, la costruzione non la si è potuta nemmeno terminare: il chiostro presenta solo due lati con delle arcate che si innalzano sul vuoto come pure i campanili della Chiesa che restano incompiuti. Si può ben immaginare lo sforzo enorme per tenere in piedi un progetto così gigantesco!
Per il pranzo ci rechiamo dalle suore benedettine che abitano vicino all’abbazia. Si tratta di una comunità di suore benedettine di Tutzing e sono cinque. Sono sorelle piene di vita che si occupano di varie realtà come l’animazione di un pensionato per ragazze alcune delle quali migranti, soprattutto dal Venezuela; l’accompagnamento dei giovani in difficoltà nel quartiere; l’accoglienza degli ospiti nella loro foresteria e, naturalmente, la fedeltà alla vita regolare. Come avviene normalmente presso le suore di Tutzing, la comunità è molto internazionale: la priora è brasiliana, ci sono due argentine, una coreana e una sorella che viene dalla Namibia. L’atmosfera è molto libera e distesa. In Argentina ci sono due comunità della congregazione di Tutzing.

All’inizio del pomeriggio assieme a padre Pedro partiamo per il monastero di Luján dove è previsto di restare tutta la giornata di giovedì. Prima però facciamo una deviazione verso la cattedrale di Buenos Aires per pregare in comunione con papa Francesco che vi ha esercitato il suo ministero di arcivescovo. Attraversiamo la città di Buenos Aires che conta 3 milioni di abitanti i quali diventano ben 13 milioni se si conta l’agglomerato attorno alla città.
Dopo un’ora e mezza di viaggio, arriviamo al monastero di Luján dove veniamo accolti dal Padre abate Jorge che è stato recentemente benedetto per il suo ministero abbaziale (il 14 settembre 2019) dopo un tempo in cui è stato priore amministratore.
Dopo il pranzo incontro la comunità durante la ricreazione. I monaci sono una quindicina con età diverse. I più giovani hanno più di 30 anni mentre i due più anziani hanno rispettivamente 92 e 93 anni.

Giovedì 26 settembre
Dopo la colazione, le Lodi e la Messa, partiamo con il Padre abate per andare a visitare la basilica di Luján che sorge a qualche chilometro dal monastero.
La piccola statua in terracotta di 38 centimetri, oggi conosciuta come la Vergine di Luján, data del 1630. Un proprietario terriero voleva far costruire nel suo possedimento una cappella consacrata alla Vergine Maria. Per questo chiese a un amico che viveva a Pernambuc, in Brasile, di mandargli una statua della Vergine, ma questi ne mandò due: una di Nostra Signora della Compassione (Consolata) e un’altra dell’Immacolata Concezione.
All’epoca, le strade erano in terra battuta, e mentre la carretta trasportava le statue prese la direzione del porto verso la campagna, a nord della città, e quando si fece buio la carretta dovette fermarsi sulle rive del fiume Luján. Ma il mattino dopo, quando bisognava rimettersi in cammino, i buoi si rifiutarono di muoversi. I mandriani scaricarono la cassa contenente una delle due statue, ma la carretta non si muoveva di un millimetro. Allora rimisero la cassa sulla carretta e tirarono giù l’altra statua, di colpo la carretta si rimise in moto normalmente. Si resero così conto che ciò che impediva alla carretta di avanzare era la statua dell’Immacolata Concezione e ne conclusero che si trattava di un miracolo: la Vergine voleva rimanere in quel luogo.
Testimone di questo miracolo fu “Manuel, il nero” che si racconta fosse un uomo caloroso e semplice, al quale fu affidata la missione di vegliare sull’immagine perché, come aveva detto quello che era il suo padrone, «non aveva nessun altro da servire» se non lei. Per ben quarantun anni la statuetta restò in un eremo che si trovava a 25 chilometri dall’attuale basilica. Nel 1671, la statuetta fu trasferita in un oratorio donato da donna Ana de Matos e, dopo un po’ di tempo, cominciarono i lavori di costruzione del primo santuario di cui abbiamo visitato le rovine. Fu in questa cappella che avvennero i primi pellegrinaggi e i primi miracoli. Il custode della Madonna, incaricato dell’accoglienza dei pellegrini, sarà fino alla fine della sua vita proprio “Manuel, il nero”, il quale morì in odore di santità. Egli fu sepolto proprio dietro la cappella che è rimasta in piedi fino al 1740.
Alla fine del XIX secolo, dopo l’incoronazione papale della statuetta e il primo pellegrinaggio ufficiale proveniente da Buenos Aires in ringraziamento di tutte le grazie ricevute durante l’epidemia di febbre gialla, fu intrapresa la costruzione della monumentale basilica che, a tutt’oggi, è uno dei centri di pellegrinaggio più importanti dell’America Latina. Questa costruzione è stata fatta su iniziativa di un prete francese, padre Salvaire.
Dopo la basilica, abbiamo visitato anche la cripta dove sono raccolte una serie di riproduzioni delle statue della Vergine in vari paesi del mondo. Sono rimasto impressionato dalla varietà di tutte queste statue. Non mi ero mai reso conto prima fino a che punto l’acquisizione dell’immagine della Vergine Maria permetta a ogni cultura nazionale o regionale di riconoscersi in colei che fu la prima discepola del Signore Gesù e che è diventata per questo la madre di tutti coloro che seguono suo figlio. Siamo di fronte a una modalità che rende la fede più accessibile.
Al ritorno, ci siamo fermati in un’antica casa che sorge sulle terre del monastero (la proprietà si estende su 300 ettari così come avviene per le grandi coltivazioni agricole in Argentina!). Questo insediamento è stato trasformato in centro di formazione agricola per le ragazze della regione. Questa iniziativa è patrocinata da una fondazione che si occupa di progetti di questo tipo. Attualmente sono quaranta studentesse distribuite su due anni di formazione. I professori e gli animatori sono persone molto impegnate e profondamente convinte del loro lavoro. L’insediamento gode anche di un accompagnamento spirituale attraverso l’Opus Dei: a tale scopo si sta costruendo una cappella sul posto. In ogni modo il personale docente si impegna a non insegnare nulla in contrasto a quelle che sono le direttive del potere pubblico specialmente in materia di etica familiare e sociale come pure di bioetica.
Nel pomeriggio il Padre abate mi ha fatto visitare le attività economiche del monastero: il negozio che si trova a un chilometro di distanza dagli edifici monastici e gestito da una famiglia stipendiata dai monaci; l’allevamento di bovini (90 mucche da latte) anche questo affidato a laici salariati; il laboratorio di marmellate dove lavorano i monaci con l’aiuto di qualche laico. Visito anche i dintorni: in particolare una vecchia filanda impiantata da una famiglia proveniente dal Belgio nel secolo scorso. Il fondatore di questa iniziativa si muoveva in una prospettiva sociale secondo l’ideale della dottrina sociale della Chiesa. Accanto alla fabbrica mise in piedi tutto un insieme di attività per aiutare la popolazione a riscattarsi dalla povertà: gruppi scolari, attività ricreative, piscina coperta… I suoi figli ereditarono la sua iniziativa, ma non furono in grado di portarla avanti e, infine, fecero fallire l’impresa. La scuola è ancora in funzione, ma le altre attività sono definitivamente chiuse. Il monastero si è fortemente coinvolto nell’accompagnamento delle persone che si ritrovarono senza lavoro al momento della chiusura dello stabilimento.
Alla fine del pomeriggio, prendiamo un tempo per leggere insieme il Vangelo del giorno e condividere ciò che ci ispira. Per fare questo ci mettiamo vicino al fiume che apparteneva all’antica filanda dove la gente viene volentieri a rilassarsi.
Lungo tutta la giornata, il Padre abate parla molto della situazione del paese che attraversa una crisi politica profonda. La povertà continua a crescere e il contesto politico è particolarmente teso.
Molti esponenti della Chiesa argentina sono assai impegnati a favore dei poveri: i vescovi intervengono spesso su questo tema.
La sera, di nuovo un incontro con la comunità. Ci scambiamo qualche dono dato che per l’indomani è prevista la partenza che mi porterà in altre comunità in vista dell’incontro dell’EMLA nei giorni a seguire.
continua. Cf. Bollettino 119 : https://www.aimintl.org/it/communication/report/119