Sophie Boisseau du Rocher
Dottore in Scienze politiche
(Francia)

Asia del Sud-Est,
una geopolitica a rischio

 

Sophie Boisseau du Rocher è Dottore in Scienze politiche, ricercatrice associata al GRIP (Gruppo di Ricerca e d’Informazione sulla Pace e la sicurezza la cui sede è a Bruxelles, https://www.grip.org/) e associata al Centro Asia dell’IFRI (Istituto Francese delle Relazioni Internazionali, https://www.ifri.org/). Specialista dell’Asia del Sud-Est, è in particolare l’autrice di «L’Asie du Sud-Est prise au piège», pubblicato da Perrin nel 2009.

 

L’Asia del Sud-Est occupa uno spazio particolare e privilegiato, in campo mondiale, abilmente valorizzato dai paesi che la compongono.

Per lungo tempo molto vicina agli Stati Uniti, al Giappone e all’Unione Europea, da una quindicina d’anni è attratta dalle dinamiche cinesi sempre più (de)strutturanti. Fin dove può arrivare questo avvicinamento senza mettere a rischio la stabilità della regione, così come gli interessi occidentali? Tensioni e incertezze sono oggi i termini più appropriati per definire la geopolitica dell’Asia del Sud-Est. Mentre l’ASEAN[1] concretizza il suo progetto di Comunità per la fine del 2015 (una Comunità economica, una Comunità socio-culturale e una Comunità politica e di sicurezza), ci si può interrogare sulla stabilità interna al seno stesso dell’Asia del Sud-Est, una regione da lungo tempo indebolita da profondi dissensi.

L’Asia del Sud-Est occupa nello spazio mondiale un posto essenziale. Crocevia, spazio di transizione, corridoio di circolazione e teatro di intervento, è l’angolo marittimo vitale che assicura il collegamento tra l’oceano Indiano e l’oceano Pacifico. Raggruppando undici Stati, dal gigante indonesiano alla minuscola Singapore e al giovane Timor, questa regione, che conta più di 600 milioni di abitanti (cioè il 9% della popolazione mondiale), costituisce un insieme collocato a est dell’India e a sud della Cina, ispirato da queste due maggiori influenze e, oggi, assorbito dal loro dinamismo economico, oltreché dalle loro aspirazioni geostrategiche.

L’Asia del Sud-Est è forse orientata a diventare il terreno privilegiato del confronto Sino-Americano? Chi ha seguito i vivaci scambi al tempo del Dialogo Shangri-La[2] (Singapore, 30 maggio/1° giugno 2014) comprende l’importanza di questa questione e le sue molteplici conseguenze sulla modalità di sviluppo della regione. Per la prima volta nella sua storia, in effetti, il Dialogo Shangri-La ha suscitato dei dibattiti molto corposi, per non dire energici, tra i principali partecipanti, in particolare Cina, Stati Uniti e Giappone. Come durante la guerra fredda, l’Asia del Sud-Est, interfaccia di primo piano negli equilibri mondiali, ridiventa una zona di concorrenza privilegiata; un’opportunità per la regione che può tuttavia rivoltarsi contro di essa in logiche che la sorpassano o la costringono.

L’Asia del Sud-Est è oggetto di un interesse internazionale crescente riguardante le molteplici implicazioni che in essa si concentrano; i suoi partner esterni ripensano le loro posizioni al fine di accrescere la loro influenza e la loro presenza. E se innegabilmente la Cina e gli Stati Uniti sono i motori più potenti in questa dinamica, gli altri paesi asiatici, Giappone, India e Corea del Sud, non trascurano questa regione. In questo contesto, l’Europa resta in coda.

 

Cina / Stati Uniti / Asia del Sud-Est: una scommessa azzardata?

L’Asia del Sud-Est è stata uno dei teatri più virulenti della guerra fredda, perché alla concorrenza tra i due blocchi mondiali si aggiungeva una rivalità tra potenze comuniste[3]. Considerati come una zona di sviluppo liberale, i paesi fondatori dell’ASEAN si sono impegnati per la loro crescita beneficiando del sostegno dei paesi occidentali, che hanno aperto il loro mercato e investito massicciamente. Essi hanno tuttavia evitato le trappole di una polarizzazione manichea e tenuto aperti i collegamenti con l’insieme dei loro partner: Stati Uniti e Unione europea evidentemente, ma anche Cina, India, URSS/Russia. È dall’Asia del Sud-Est che sono venute, all’inizio degli anni ’90, le iniziative che oggi costruiscono la regione[4].

La crisi del 1997 ha profondamente modificato la situazione. Mentre i paesi occidentali prendevano le loro distanze da un modello di sviluppo che avevano comunque contribuito a creare, la Cina è diventata la locomotiva economica mondiale che si conosce e ha molto intelligentemente lavorato per avvicinarsi all’Asia del Sud-Est: primo partner commerciale, ha tuttora l’ambizione di prendere il rango di primo finanziatore dell’Asia del Sud-Est «poiché la realtà s’impone: la Cina è nostra vicina mentre gli Stati Uniti devono attraversare un oceano». Forte di questa prossimità economica, la Cina, che continua la modernizzazione delle sue forze armate e soprattutto della sua marina, si presenta d’ora in avanti come un alleato politico e geo-strategico: il power shift[5] si realizza molto concretamente. Ma se i paesi dell’Asia del Sud-Est accettano di primo acchito il suo statuto di egemone[6] regionale[7], questo riconoscimento non comporta blanc-seing[8]. La vera questione per l’Asia del Sud-Est oramai è di sapere se essa può mantenere la sua indipendenza, tanto la morsa cinese è strutturante.

In occasione del 16° incontro Cina-ASEAN a Brunei (9 ottobre 2013), il Primo Ministro Li a fatto ancora una serie di proposte suscettibili di approfondire i legami «nei prossimi dieci anni»: un trattato di buon vicinato e di cooperazione amichevole tra la Cina e i paesi dell’ASEAN, un potenziamento degli scambi in materia di sicurezza, la promozione della cooperazione in campo marittimo (con la negoziazione di un codice di buona condotta nel mare della Cina del Sud e l’apertura di una “via della seta” marittima), tra le tante. Con l’Indonesia e la Malesia, Pechino ha stabilito una «collaborazione strategica globale». La Thailandia è ugualmente un alleato privilegiato: la cooperazione in materia di sicurezza tradizionale e non-tradizionale si è rafforzata e include d’ora in poi un addestramento comune per le forze speciali. Infine, dal dicembre 2011, Cina, Thailandia, Laos e Myanmar sorvegliano il corso del Mekong, un debutto multilaterale per le forze cinesi.

In questo clima propizio allo «sviluppo di un mondo armonioso», com’è affermato da Pechino, gli Stati Uniti fanno sempre più fatica a ritrovare il loro ruolo prioritario, tanto la strategia cinese mira, in fondo, a indebolire la loro legittimità di principale partner. Questa finalità è chiaramente dimostrata nel dossier ipersensibile del mare della Cina del Sud dove, concretamente, le manovre cinesi evidenziano che le funzioni che si erano prefissate gli Stati Uniti in questi ultimi quarant’anni sono sfidate dalle regole e dagli avvicinamenti che si rinnovano e ai quali è tanto più imperativo di adattarsi in quanto l’economia americana è più solidamente ancorata a questa regione, più che a ogni altra regione del mondo. In fondo è proprio la potenza americana che è presa di mira, e tutto il sistema organizzativo che ne deriva.

Confrontati con queste incertezze, gli Stati Uniti hanno deciso di riorganizzare lo spiegamento delle loro forze con la «strategia del perno»; il presidente Obama dichiarava che «l’impegno degli Stati uniti in Asia è cruciale per l’avvenire degli Stati Uniti, e che il ritiro americano in Asia del Sud era alla fine» (novembre 2009). I legami con le Filippine (nuovo accordo decennale di difesa nell’aprile del 2014), la Thailandia (lotta antiterrorismo, fornitura di equipaggiamento e manovre comuni), Singapore[9], la Malesia (scambi, formazione, lotta antiterroristica ed esercitazioni marittime) e l’Indonesia sono rafforzati; Washington cerca di sviluppare una cooperazione più agile in termini di impegno permanente ma altrettanto efficace. Delle nuove cooperazioni sono sollecitate con il Vietnam, e più ancora con il Myanmar. L’obiettivo degli Stati Uniti consiste nel restare un protagonista principale dell’architettura di sicurezza nella regione, ma con il sostegno di partecipazioni multiple e pro-attive (alleanze di contrappeso).

Come durante gli anni 1970, i paesi dell’Asia del Sud-Est vogliono conservare le loro opzioni “aperte” e discutere con l’insieme dei loro partner, ma la Cina potrebbe dimostrarsi un partner molto più inflessibile e interpretare i legami di sicurezza con la potenza americana come altrettante minacce per la propria sicurezza. Nel giro di quindici anni, l’Asia del Sud-Est potrebbe ritrovarsi “presa in trappola”.

 

Degli attori secondari per riaprire i giochi e riequilibrare

Le grandi potenze non sono le sole a cercare l’attenzione dell’Asia del Sud-Est. Nella sua abituale ricerca di riequilibri multipli, la regione sollecita i suoi partner di “taglia media”.

Il Giappone non può rimanere indifferente e inattivo di fronte all’ascendenza del potere cinese e l’Asia del Sud-Est si situa al cuore stesso di questa rivalità sino-giapponese; quest’interesse spiega i cinque viaggi che il Primo Ministro Shinzo Abe ha effettuato nella regione dal dicembre del 2012. Dopo aver ripreso attivamente la sua diplomazia di sostegno e di scambi economici, il Giappone ha rilanciato una diplomazia di sicurezza molto più attiva, anche se il cambiamento del regime di sicurezza del Giappone di Shinzo Abe suscita ancora inquietudine nella regione. Tokyo bussa alla porta dell’ASEAN per «vantare la sua centralità nell’architettura che si sta costruendo»; anche con la creazione di un Forum Regionale ASEAN (largamente interpretato come un prodotto derivato della diplomazia giapponese), Tokyo tenta di contribuire alla formulazione di nuove regole del gioco.

Dopo il Giappone, l’India è senza dubbio il partner asiatico (salvo la Cina) che si avvicina di più all’Asia del Sud-Est e la salita al potere di Narendra Modi dovrebbe confermare questa tendenza. Il movimento non è recente, si inscrive in una Look East[10], una politica rivendicata i cui obiettivi consistono nell’essere riconosciuta come attore di pieno diritto in Asia orientale[11], per sostenere e approfittare della comunità dell’ASEAN che si sta organizzando[12] e non lasciare che l’Asia del Sud-Est diventi un trampolino, a partire dal quale la Cina potrebbe essere suscettibile di minacciare gli interessi dell’India. Il calcolo strategico di New Delhi rivela delle inquietudini di fondo: i meccanismi di dialogo strategico e le esercitazioni militari comuni hanno avvicinato le due regioni e alimentano uno scambio regolare negli interessi geopolitici in gioco.

Anche se la Russia si è avvicinata al Vietnam in materia di sicurezza[13] – fino al punto di chiedere di installare una base di appoggio a Cam Ranh Bay –, Mosca non ha probabilmente intenzione di servire da fattore di riequilibrio in Vietnam di fronte alle ambizioni cinesi o
di condividere le installazioni con le forze americane che potrebbero a loro volta negoziarne un’utilizzazione puntuale[14]. Per di più non sembra che la Russia abbia intenzione di impegnarsi oltre con gli altri paesi della regione, anche se Mosca partecipa ai vari dialoghi di sicurezza.

 

L’Europa in coda

In questo panorama febbrile, l’Europa sembra evidentemente in coda. Prima di tutto perché è destabilizzata dalla propria crisi di identità, dai suoi affari in ribasso e dai processi della sua riorganizzazione. Poi perché è stata e resta oscurata dal prisma deformante della Cina che ha comportato una negligenza verso gli altri attori asiatici. Anche se ha recentemente modificato questa prospettiva, questa resta ancora troppo timidamente dimostrata nei fatti. Infine perché non ha definito la sua posizione tra partecipazione politica e compartecipazione strategica: l’Unione Europea chiede di partecipare ai dialoghi strategici regionali senza aver convinto i suoi partner sulla natura e sulla durata del suo impegno.

Tenendo conto della sua propria competenza e dei campi in cui è esperta, l’Europa ha una carta sulla sicurezza da giocare che non si colloca nella militarizzazione della zona (anche se i commerci delle armi fanno parte delle esportazioni redditizie di certi paesi europei). I paesi dell’Asia del Sud-Est non sono esenti da problemi di sicurezza interna: la modernizzazione accelerata delle società non ha regolato alcune questioni socio politiche come l’irredentismo[15], il terrorismo o la radicalizzazione religiosa. L’insicurezza politica in certi stati (Thailandia, Cambogia, Myanmar, ecc.) rivela una volatilità lontana dalle traiettorie democratiche. È probabilmente in questa posta in gioco di sicurezza non-tradizionale (assistenza umanitaria, gestione delle frontiere e rispetto del diritto internazionale, sicurezza marittima, ecc.) e nei campi dove la competenza europea è riconosciuta (cooperazione contro la pirateria, protezione dei siti nucleari, ecc.) che l’Europa potrà farsi valere e convincere riguardo al suo interesse[16]. Allo stato attuale della sua evoluzione consumerebbe invano le sue energie nel competere sul medesimo registro dei cinesi e degli americani.

 

E la sicurezza interna?

La posta in gioco della sicurezza internazionale è talmente dominante nell’Asia del Sud-Est che si dimentica facilmente che non determina da sola la stabilità della regione; guardando più da vicino, infatti, non si può valutarne la minaccia globale senza un’integrazione della dimensione intra-regionale.

L’Asia del Sud-Est è stata per lungo tempo un teatro di conflitti tra i paesi che la compongono: per convincersene è sufficiente ricordarsi delle tensioni generate dalla creazione di Stati indipendenti negli anni ’60, e particolarmente la formazione della Malesia, che ha suscitato la guerra con l’Indonesia e delle tensioni gravissime con le Filippine. I contenziosi territoriali restano quelli più seri, soprattutto i conflitti marittimi nel Mar della Cina meridionale dove gli stessi isolotti, isole e scogliere possono essere rivendicati da differenti paesi dell’ASEAN. Ma si ricordi anche che nel 2012 dei colpi d’arma da fuoco erano stati sparati alla frontiera tra la Cambogia e la Thailandia attorno al tempio di Preah Vihear (una sentenza della CIJ[17] è stata emessa in favore della Cambogia nel novembre del 2013).

Oltre alle questioni di confine, altri fattori di instabilità minacciano la pace nella regione: l’islam radicale costituisce una di queste minacce, soprattutto nei paesi degli arcipelaghi (Indonesia, Filippine, Malesia): si ricordano d’altronde i terribili attentati che avevano insanguinato Bali nel 2002. La violenza di alcuni gruppi (Jemmah Islaya o Abu Sayyaf) è molto più efficace, perché questi hanno tra loro dei legami di solidarietà che amplificano la loro azione e rendono molto più difficile la lotta antiterroristica. E lo stesso si può dire della pirateria (spesso trans-regionale) che, anche se non fa più notizia nei grandi titoli di attualità, continua a imperversare nelle acque dell’Asia del Sud-Est. Si nota anche una recrudescenza dei suoi attacchi nel 2013. Nel primo trimestre del 2014, ventitré attacchi, o tentativi, sono stati contati nelle acque del sud-est asiatico, principalmente al largo dell’Indonesia, secondo i dati dell’Ufficio Marittimo Internazionale.

Altro fattore di instabilità: gli spostamenti della popolazione. Si dimenticano sovente, anche su questo territorio, le conseguenze sulla sicurezza di questi flussi. Nella sola Thailandia, vivono circa tre milioni di birmani, 400.000 cambogiani vi lavorano, e anche dei laotiani e dei vietnamiti. Queste immigrazioni possono essere giustificate da motivi etnici, religiosi, politici o, più semplicemente, economici. A Singapore ci sono ancora regolarmente scontri contro i clandestini indonesiani o filippini.

Infine, le questioni ambientali costituiscono una nuova fonte di minacce: i rischi per le grandi calamità naturali (tsunami o vulcanismo) sono aggravati dalle condizioni nelle quali si verificano, soprattutto nel contesto di un’urbanizzazione che non è sempre controllata. La deforestazione e l’inquinamento urbano pongono tutta una serie di questioni nuove che è difficile ignorare: gli incendi di foreste in Indonesia continuano a turbare la vita quotidiana di milioni di persone a Singapore, in Malesia e nel Borneo senza che il governo indonesiano riesca ad arginare la pratica delle coltivazioni su terreni bruciati.

Attualmente il problema è sapere se la Comunità politica e di sicurezza dell’ASEAN riuscirà a far fronte a queste minacce, mentre il contesto internazionale si appesantisce in modo inquietante. I mezzi impiegati per la gestione di questi flussi non sono di natura rassicurante. A meno che la pressione esterna rilanci l’interesse funzionale di questa Comunità, nessuno degli Stati della regione, nemmeno la ricca isola di Singapore, potrà resistere alle pressioni esterne.

Con il moltiplicarsi degli screzi nel mare della Cina del Sud, l’Asia del Sud-Est rischia di entrare in un’epoca di instabilità strutturale: i rischi di tensioni e di degenerazione in crisi sono reali e non solo tra gli Stati dell’ASEAN, ma anche con i loro partner esterni. La regione si orienta a servire da terreno di riequilibrio delle relazioni tra Cina e America: e ciò dimostra la sua importanza e ricorda anche la grande posta in gioco.

 

 

[1] ASEAN: Association of Southeast Asian Nations, Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico, che comprende il Brunei, la Cambogia, l’Indonesia, il Laos, la Malesia, il Myanmar, le Filippine, Singapore, la Thailandia, il Vietnam. Riproduciamo quest’articolo del 2015 con la gentile autorizzazione dell’autrice [N.d.R.].

[2] Iniziato nel 2002, il Dialogo Shangri-La è un forum di dibattiti di alto livello sulle questioni della sicurezza nell’Asia orientale.

[3] M. Leighton, «Vietnam and the sino-soviet Rivalry», Asian Affairs, 6 (1978), 1-31.

[4] Si noterà in effetti che l’Associazione delle Nazioni dell’Asia del Sud-Est ha beneficiato di una valorizzazione da parte della Cina, come istituzione in sé, ma anche come base di un’architettura allargata in Asia Orientale ARF (ASEAN Regional Forum), ASEAN + 3, ADMM + (ASEAN Defence Ministers Meeting), EAS (East Asia Summit), ecc.: l’ASEAN ha potuto, anche provvisoriamente mantenere la sua centralità nel «nuovo multilateralismo asiatico».

[5] Power shift: cambiamento di potere [N.d.R.].

[6] Egemone: colui che esercita un’egemonia su altre persone. Egemone regionale: Stato che ha un’ascendenza su altri Stati (economica, politica, ecc.) [N.d.R.].

[7] Per il fatto del suo peso e della sua posizione centrale. Tuttavia l’essenziale per l’ASEAN è di inquadrare questa potenza: la Cina è stata il primo partner dell’ASEAN a firmare il Trattato di Amicizia e di Cooperazione (TAC) nell’ottobre del 2003 e a stabilire dei legami di partecipazione strategica con l’Associazione. Cf. S. Boisseau du Rocher, «Chine/ASEAN: une diplomatie rondement menée», Asie.Visions 67 (2014), https://www.ifri.org/sites/default/files/atoms/files/asievisions63sboisseaudurocher.pdf [accesso: 02.02.2019].

[8] Blanc-seing: lasciare ogni libertà d’azione [N.d.R.].

[9] Fin dal novembre 1990, anticipando il ritiro delle Forze americane dalle basi filippine di Subic Bay e di Clark Air Field, Singapore aveva firmato una bozza di accordo con gli Stati Uniti autorizzando l’accesso militare alla base aerea di Paya Lebar e agli scali di Sembawang; a partire dal 1998, Singapore ha costruito degli accessi facilitati per le portaerei americane alla base navale di Changi. Questi punti di appoggio sono indispensabili all’influenza della potenza americana. Un accordo-quadro è stato firmato nel luglio 2005 per sancire la cooperazione in materia di contro-terrorismo e di lotta contro la proliferazione.

[10] Look East: Sguardo verso l’Est [N.d.R.].

[11] S. Boisseau du Rocher, «ASEAN-India’s political cooperation: how to reinforce a much needed pillar?», Asie.Visions 63 (2013), https://www.ifri.org/fr/publications/enotes/asie-visions/chineasean-une-diplomatie-azimuts-rondement-menee [accesso: 02.02.2019].

[12] Un accordo di libero scambio tra le due parti è stato firmato nell’agosto del 2009 e le previsioni annunciano 7 miliardi di scambi per il 2015.

[13] Argomento che è stato al centro delle discussioni al tempo del viaggio del Presidente Truong Tan Sang a Mosca alla fine del luglio 2013, al termine del quale è stato firmato un accordo bilaterale (27 luglio 2013).

[14] In occasione di una visita ufficiale in Vietnam, il ministro della Difesa Leon Panetta compiva una visita a Cam Ranh Bay il 3 giugno 2012.

[15] L’irredentismo: il termine è utilizzato per definire una dottrina nazionalista che difende l’annessione a uno Stato di certi territori che ai suoi occhi devono “legittimamente” esservi uniti, per esempio, perché in passato ne hanno fatto parte o perché la loro popolazione è considerata da questi nazionalisti come storicamente, etnicamente e linguisticamente apparentata [N.d.R.].

[16] S. Boisseau du Rocher, «The EU’s strategic offensive with ASEAN: some room left but no time», Analysis Note, GRIP 2014, http://www.grip.org/sites/grip.org/files/NOTES_ANALYSE/2014/NA_2014-01-08_EN_S-BOISSEAU.pdf [accesso: 02.02.2019].

[17] Court International de Justice: Corte Internazionale di Giustizia, organo giudiziario principale delle Nazioni Unite che ha sede all’Aja (Paesi Bassi) [N.d.R.].